The Tribe

The Tribe (Myroslav Slaboshpytskiy, 2014)

Lo choc silenzioso di The Tribe.

Myroslav Slaboshpytskiy, regista di The Tribe, sta facendo parlare di sé in ogni parte del globo. Questo perché il suo film, interamente recitato nel linguaggio dei segni e completamente privo di sottotitoli che permettano di capire il contenuto delle conversazioni dei suoi personaggi, è un esperimento audace e senza precedenti che ha saputo scioccare le platee dei festival di mezzo mondo portandosi a casa il Gran Premio della Semaine de la Critique di Cannes.

Sergey è il nuovo arrivato in un istituto per sordomuti. Neanche il tempo di installarsi che già si trova trascinato di peso in una situazione più grande di lui. Quello che si trova di fronte è un mondo fondato sulla prevaricazione dei più deboli. E l’unica cosa che può fare per sopravvivere è cavalcare la violenza stessa diventandone partecipe a pieno titolo. Per evitare di farsi schiacciare dalla cieca ed insensata crudeltà di chi governa la scuola tra spaccio di droga e prostituzione legittimato e supportato dall’omertoso silenzio di chi ne trae interessi economici, Segey deve quindi trasformarsi anche lui in un animale rabbioso e imprevedibile, pronto ad alzare le mani sul prossimo in qualsiasi momento pur di farsi rispettare.

Pur essendo interamente interpretato da sordomuti, in realtà in The Tribe i personaggi parlano di continuo, tanto che ci si chiede più volte se il partito preso di privare completamente gli spettatori di sottotitoli di alcun tipo porti effettivamente qualcosa di concreto al film. Questo perché il linguaggio dei segni è una lingua come tutte le altre, quindi non c’è niente di diverso tra guardare The Tribe e vedere un qualsiasi altro film straniero senza sottotitoli e, quindi, senza la possibilità di comprenderlo.

Slaboshpytskiy si è divertito a capovolgere i ruoli, dando la possibilità alle persone udenti di percepire il mondo dal punto di vista di un non udente. Ma è una violenza fine a se stessa, molto poco giustificata da soluzione narrative e di messa in scena che ne giustifichino la legittimità.

Si tratta più di un gioco utile ad attirare attenzione mediatica sul progetto. Anche perché il film di difetti ne ha tanti. Myroslav Slaboshpytskiy riesce infatti a concentrare in due ore tutti i cliché del cinema da festival immaginabili. In rigorosi piani sequenza vediamo quindi susseguirsi, uno dopo l’altro, le ragazzine prostitute che girano tra i clienti in piano sequenza, il pestaggio tra gli studenti in piano sequenza, l’aborto in piano sequenza, la scena di sesso in piano sequenza, l’omicidio in piano sequenza e così via dicendo. Un insieme di luoghi comuni e soluzioni facili messi insieme a tavolino con l’intenzione di creare un’opera scioccante a tutti i costi.

Non si capisce ad esempio perché Slaboshpytskiy si trovi così indeciso tra una teatralità che da spazio ad azioni poco credibili (ad esempio un pestaggio che somiglia più ad un grande balletto coreografato in cui nessuno sembra mai ricevere veramente i calci e i pugni che vengono dati) e un realismo estremo che nella cruenta e tecnicamente sorprendente scena finale lascia letteralmente a bocca aperta. Insomma, The Tribe ha l’ambizione di essere grande cinema e, in molti frangenti, riesce ad esserlo davvero. Non sono poche infatti le sequenze memorabili, complice, bisogna dire, la straordinaria fotografia ad opera di Valentyn Vasyanovych.

Alla fine però resta comunque l’amaro in bocca, perché il film avrebbe potuto davvero rappresentare una rivoluzione cinematografica nel proporre il linguaggio dei segni in una produzione di così larga diffusione come questo. Ciò che crea però il danno è la mancata volontà di sostenere il peso di una scelta così coraggiosa con una visione artistica capace di reggersi sulle proprie gambe senza dover ricorrere per forza ad una serie di scene scioccanti che francamente cominciano a stancare per la frequenza con cui ci vengono propinate. Insomma, una visione artistica che non sia soltanto al servizio di una pigra idea di marketing fatta per creare curiosità intorno al prodotto.

Victor Musetti

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