Foxcatcher

Foxcatcher (Bennett Miller, 2014)

Foxcatcher, il nuovo potente dramma biografico di Bennett Miller.

La metafora sportiva: facile che sia noiosa, rasenti la retorica o ci si tuffi dentro a capofitto. Tuttavia, come tutte le cose, presenta delle eccezioni, fra cui s’annovera Bennett Miller. Già fattosi notare con Moneyball – L’arte di vincere e ancora prima con l’indimenticabile Truman Capote – il regista di New York ritorna a lancia in resta per portare sullo schermo l’ennesima vicenda biografica, all’odore di sport, morbosità e tragedia.

E restando in tema di odore, Foxcatcher – che è il titolo del film ed anche il nome del Team diretto da Jean du Pont, uno Steve Carell irriconoscibile e meritevole dell’Oscar non assegnatogli – è un’opera cinematografica che ha il raro talento di restituirlo attraverso ogni centimetro delle proprie limpide e meravigliose inquadrature. Trasudando puzza, pelle e calzini sudati, cibo, vento in faccia, alcool, vomito. E sangue.

Il mastodontico (e bravissimo) Channing Tatum è Mark Schultz, campione olimpionico di lotta, fratello minore di Dave (Mark Ruffalo), che ha vinto l’oro nella stessa categoria e si allena con lui in una piccola palestra locale. Fra routine degradanti e lacrime nascoste nelle pieghe della tuta, la vita scorre su binari anonimi, fino a che non giunge la telefonata del ricchissimo du Pont, dalla lontana Pennsylvania, con la proposta di un radicale cambio di rotta.

Come scritto nell’omonima autobiografia che ha ispirato il film (in edizione italiana per Sperling & Kupfer), il successo attrae Mark al punto da staccarlo dal cordone ombelicale del fratello maggiore – il quale gli ha fatto anche da padre e da madre fin dai tempi dell’infanzia – spingendolo fra le braccia di du Pont, un uomo con strane abitudini e uno sguardo eccessivamente fermo.

Il percorso narrativo segue la linea di un rise and fall abbastanza tradizionale, lungo il quale il protagonista Schultz/Tatum si perde sempre più all’aumentare della sua vicinanza con il padre-padrone du Pont. Eppure Foxcatcher riesce a riscrivere il canone, grazie a una regia nella quale Miller non rinuncia a incursioni estetizzanti, che sottolineano con eleganza le relazioni fra personaggi e contesto mettendone in risalto, soprattutto, gli aspetti patetici e morbosi.

Una American Horror Story con gli scalda-muscoli e, purtroppo, senza un beneficio della finzione che salvi o consoli: il patriottismo di du Pont, lindo sulla superficie e bacato al di sotto, appare disgustosamente goffo proprio com’è lui, circondato da giovani atleti, mentre ride a gengive scoperte. E ciò che è peggio è che rappresenta la sottotraccia fondamentale della storia di un’intera repubblica. Della linea sottile che separa l’amor di patria dal fanatismo, la menzogna dalla repressione, la normalità dalla follia.

Cose che purtroppo sono accadute, accadono ancora, e che Bennett Miller ha il merito di aver saputo raccontare all’interno di un film di elevatissima qualità.

Francesca Fichera

6 pensieri su “Foxcatcher (Bennett Miller, 2014)

    1. Vai… e torna, ché ti aspettiamo! :D Film molto duro, dall’equilibrio narrativo a mio avviso impeccabile. E gli attori… attendo un parere soprattutto su Carell. ;)

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    1. Ecco, bravo, poi fammi sapere. Credo che ti piacerà molto (anche e soprattutto perché è fondamentalmente anti-americano). ;)
      Eddie Redmayne de La teoria del tutto più che mariuolo era telefonatissimo, se non ci fosse stato lui Carell sarebbe stato in assoluta pole position per il premio!

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