Vizio di forma - CineFatti

Vizio di forma (Paul Thomas Anderson, 2015)

Larry “Doc” Sportello ha un carattere semplice, è una di quelle persone che quando le incontri ti sembra di conoscerle da sempre. Basta una scena e una voce narrante per raccontarci i punti salienti della sua vita, tanto è sufficiente a farci stringere la mano con l’’uomo che seguiremo per i prossimi 140 minuti di Vizio di forma.

Passione per le droghe leggere, come tanti negli anni Settanta, un lavoro saltuario come detective privato e una vecchia fiamma, Shasta, che piomba nel noioso buio del presente per offrirgli un rompicapo da risolvere.

Sloane Wolfmann, la moglie del suo amante, il filo-nazista magnate dell’’immobiliare Mickey Wolfmann, ha un piano per rinchiuderlo in un manicomio e riscattare il suo patrimonio e per questo chiede l’aiuto di lei, per niente incline all’accordo, e del proprio amante, Riggs Warbling.

Il giorno dopo arriva Tariq Khalil, afro-americano, in rapporti d’affari con Glenn Charlok, membro del team di biker nazisti affiliati a Wolfmann, e chiede aiuto per mantenere gli accordi, ma Glenn è ucciso, da chi non si sa, eppure la “massaggiatrice” Jade sembra saperne qualcosa.

Sospetti? Il nostro Doc, almeno secondo Christian Bjornsen, detto Bigfoot, per Larry potrebbe invece riguardare la Golden Fang, una nave leggendaria a quanto racconta Sauncho Smilax, più che altro una setta indo-cinese di trafficanti di droga, dove lavora come infiltrato Coy Harlingen, soggetto di un’’altra sua investigazione: trovarlo, per conto della moglie Hope Harlingen a cui fu detto che era morto.

Ma adesso c’è anche da trovare Mickey Wolfmann, svanito nel nulla e con la FBI non troppo impegnata nelle ricerche, e anche Shasta, caduta dal cielo e di nuovo nell’oscurità da cui era ritornata nella vita di Doc. Questo è solo una piccola parte di Vizio di forma.

Paul Thomas Anderson è un genio: adatta da solo Thomas Pynchon, autore considerato da molti intraducibile per il grande schermo e potrete immaginare perché rileggendo quanto è scritto sopra, tenendo a mente che si tratta di solo una parte dei personaggi e delle situazioni importanti del film con Joaquin Phoenix.

L’’intricata trama si scontra con il semplice Larry Sportello, mangia spaghetti solitario veicolo per raccontare altre storie e diversi personaggi: Vizio di forma, oltre ad aver spinto maree di spettatori a informarsi su cosa sia il “vizio intrinseco” in termini assicurativi, è un’’evoluzione della struttura di The Master, dove il contorno narrativo fingeva di aver rilevanza per i personaggi.

Gli anni Settanta? Una nota di colore, uno schiaffo politico. Le agenzie governative, le forze dell’’ordine, sono tutte contro il popolo che dovrebbe servire, quello che protesta contro la guerra: urtano contro la gente, la buttano per terra, abbattono le porte senza alcun rimorso.

È come vedere Cobra con Stallone senza il desiderio di proteggere il prossimo. Riga dopo riga, Vizio di forma lo si legge per scoprire lentamente le storie di Coy Harlingen/Owen Wilson e Bigfoot, per cui è impossibile non provare una certa forma di empatia sul finale, anche grazie alla stupefacente interpretazione di Josh Brolin, alla pari con Phoenix.

Anderson nasconde un messaggio “segreto” tra le lunghe gambe di Katherine Waterstone/Shasta, la nebbia del porto, lo sguardo tra i vicoli e gli scenari surreali illuminati da Robert Elswit (un inchino) e costruiti da David Crank: tra una parola e l’altra si rintraccia il minuscolo particolare grazie a cui non ci è dato solo scoprire il colpevole delle malefatte – qui il lato politico di Vizio di forma -, ma soprattutto arrivare a comprendere lo sguardo di Bigfoot/Brolin, con le sue banane al cioccolato, pancake giapponesi e la malinconia negli occhi. Doc/Phoenix (un Oscar non basterebbe), puro nonostante spinelli e tirate di cocaina, è lo spettatore neutro con cui osservare il caos umano e il disordine sociale.

Il risultato è straordinario, estremamente difficile da mandare giù, Vizio di forma richiede un livello di concentrazione elevato. Tuttavia non siamo ai livelli di The Master e de Il petroliere. Siamo un pelo sotto i due precedenti di Paul Thomas Anderson, ma in effetti è difficile trovare una parola migliore per definire Inherent Vice se non “capolavoro”.

di Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

2 pensieri su “Vizio di forma (Paul Thomas Anderson, 2015)

  1. Sono d’accordo: un capolavoro. A me mancano, colpevolmente, sia Il petroliere che The Master ma questo mi ha conquistata totalmente. La scelta di certe inquadrature dei volti e la fotografia che li illumina, da sole, basterebbero per farmelo amare incondizionatamente. E ho già voglia di rivederlo. Non è escluso che approfitti del fine settimana per farlo.

    Mi piace

    1. Merita più visioni sicuramente, un peccato che lo spaesamento della prima si perda :) consigliati tanto The Master e Il petroliere, decisamente più drammatici, ma tutti e due opere da maestro!

      Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.