Non ci resta che piangere

Non ci resta che piangere (Roberto Benigni, Massimo Troisi, 1984)

Non ci resta che piangere, non ci resta che ridere.

Ricordati che devi morire – Provare, provare, provare – Chi siete? Cosa portate? Sì ma quanti siete? Un fiorino!

Sono solo alcuni degli indimenticabili tormentoni lanciati da Non ci resta che piangere, scritto, diretto e intepretato da Roberto Benigni e Massimo Troisi, fino al 4 marzo in sala in versione restaurata.

Per chi non lo ha mai visto un’occasione unica per restarne catturato e per chi, come la sottoscritta, ci è cresciuta, una dolcissima madeleine per tornare agli interminabili pomeriggi dell’infanzia quando con mia sorella consumavamo a furia di rewind il VHS del film.

Era il dicembre del 1984 quando il film usciva in sala e il pubblico mainstream scopriva l’irresistibile comicità di due attori (e amici) tra loro diversissimi: il campano Troisi, introverso, viso alla Eduardo, un filo di malinconia nello sguardo e il toscanaccio Benigni, giullare di corte, irriverente e coltissimo.

Una diversità caratteriale e interpretativa che i due interpreti riuscirono a portare in dote anche ai protagonisti di Non ci resta che piangere: Mario e Saverio, due amici (un timido bidello napoletano appassionato di musica e un simpatico e avventuroso maestro elementare) che durante un temporale trovano riparo in una locanda in campagna e si risvegliano nel 1492.

 

Frittole, questo il nome del delizioso (almeno per lo spettatore) borgo rinascimentale in cui, disperati e senza possibilità di fuga, i nostri eroi si ritrovano imprigionati. O forse sarebbe meglio dire Saverio, perché Mario si consola ben presto con l’amore della graziosa e credulona nobildonna Pia (Amanda Sandrelli, mai così in parte) a cui arriva persino a far credere di essere l’autore di Yesterday.

Ed è proprio grazie alla loro conoscenza del futuro che Mario e Saverio riescono sempre a sfangarla, nonostante le difficoltà di adattarsi a vestiti e copricapo da improbabili paggetti, alle uccisioni per strada, alla dura vita di bottega (per ripagare Parisina, l’anziana vedova che li ospita, gestiscono la sua macelleria).

Anzi provano persino a cambiare il corso della storia mettendosi sulle tracce di Cristoforo Colombo e Leonardo Da Vinci, un genio delle invenzioni ma una schiappa nel gioco delle carte.

A trenta anni dall’uscita in sala Non ci resta che piangere non ha perso smalto. Nonostante qualche sfilacciatura nelle trame del racconto, l’alchimia tra i due protagonisti è talmente forte da far perdonare qualsiasi difetto.

Come nell’esilarante sequenza di apertura che vede Mario e Saverio, fermi al passaggio a livello, scambiarsi discorsi al limite del nonsense e dell’improvvisazione (con Saverio/Benigni che insiste per piazzare la sorella Gabriellina all’amico reticente). O nell’impagabile scena della lettera a Savonarola, dichiarato ma irresistibile omaggio alla mitica lettera di Totò e Peppino.

Sto già cercando sul mio telecomando il tasto del rewind.

Francesca Paciulli

 

 

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