Unbroken

Unbroken (Angelina Jolie, 2014)

 

Eppure Unbroken si spezza.

Ridondante. Nella resa delle sequenze drammatiche, nelle interpretazioni (a cominciare dagli italiani  Maddalena Ischiale e Vincenzo Amato scelti per interpretare i genitori del protagonista), nella caratterizzazione semplicistica di personaggi chiave (un esempio su tutti: il sergente nipponico Mutsuhiro Watanabe, villain totalmente privo di sfumature).

È questo il primo aggettivo che viene in mente dopo la visione di Unbroken, kolossal a sfondo bellico diretto e prodotto da Angelina Jolie forte, almeno sulla carta, della sceneggiatura dei fratelli Coen (subentrati dopo la prima stesura di William Nicholson e Richard LaGravenese). Ma è francamente difficile rintracciare una seppur minuscola traccia dell’estro di Joel e Ethan  in questo enfatico adattamento del romanzo di Laura Hillenbrand.

Qualche cenno sulla storia: Louis Zamperini è un giovane scavezzacollo di origini italiane. Per tenersi lontano dalle insidie della strada, grazie agli insegnamenti del fratello, impiega ogni sua energia nell’atletica e proprio quando raggiunge i primi successi (la partecipazione alle Olimpiadi di Berlino del 1936), la guerra, un naufragio e la prigionia in un campo di lavoro giapponese interrompono bruscamente i suoi sogni di gloria.

 

Ma il giovanotto (l’attore britannico Jack O’Connell) è caparbio e non sa cosa significhi la resa. Resiste per più di quaranta giorni su un canotto in mezzo all’oceano Pacifico (con barba lunga ma non troppo e un po’ di carboncino su viso e corpo per rendere le condizioni di disagio di un naufrago provato) e, soprattutto, resiste alle terribili vessazioni del sergente The Bird Watanabe (Takamasa Ishihara) anche quando lo costringe a sostenere il peso di una gigantesca trave di legno neanche fosse Jim Caviezel in The Passion.

L’impressione è che alla ex-Lara Croft interessi sì la realtà (ed è inevitabile anche perché di storia vera si tratta) ma che la racconti restando in superficie e procedendo per tappe talmente didascaliche (i flashback per descrivere l’infanzia di Louie, l’arruolamento, l’incidente aereo, il naufragio, la prigionia) da togliere respiro al film.

Dopo il più indie (e meno fortunato) Nella terra del sangue e del miele, Angelina Jolie poteva alzare il tiro ma, a conti fatti e nonostante il successo al botteghino USA, le sue ambizioni da regista impegnata naufragano in un mare di retorica. E anche agli Oscar Unbroken deve accontentarsi di sole tre candidature tecniche per la Miglior Fotografia, Miglior Sonoro e Miglior Montaggio Sonoro.

«Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio» recita il titolo italiano del romanzo da cui è tratto il film. Peccato che questo coraggio la pasionaria di Hollywood lo mostri con una confezione troppo patinata per comunicare vera sofferenza.

E l’empatia con il protagonista non scatta, complice la presenza poco incisiva di Jack O’Connell (Starred Up). I suoi occhi non riescono mai a restituire la forza e il coraggio del vero Zamperini, scomparso 97enne l’estate scorsa, durante le riprese del film.

Francesca Paciulli

 

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