Carlos

Carlos (Olivier Assayas, 2010)

La tragica epopea di Carlos lo sciacallo.

Carlos è una miniserie di tre puntate, a ben vedere un vero e proprio film d’azione/spionaggio di quasi sei ore ore sul più controverso terrorista del dopoguerra, all’anagrafe Ilich Ramírez Sánchez, che ne ha combinata una più del diavolo nel dopoguerra ispirando una generazione di jihadisti e intrattenendo rapporti con (e talvolta contro, non appena cambiava lo scenario politico internazionale) KGB, FPLP, STASI, Gheddafi, Saddam Hussein e i servizi segreti di mezzo mondo.

Un’opera rara, strabordante e lunatica quanto il proprio soggetto, con le sue ambientazioni in venti paesi e le otto lingue parlate dai suoi personaggi, cui si aggiunge una colonna sonora micidiale: Wire, Fripp & Eno, New Order, A Certain Ratio, Feelies, Dead Boys, Los Lobos e altri.

 

Il film di Olivier Assays ha un ritmo micidiale nonostante l’occasionale prolissità di alcuni passaggi sulla attitudine a tombeur de femmes di Carlos, vanta una ricostruzione storica maniacale laddove possibile dato che molti dei fatti narrati sono ancora oggetto di inchiesta a distanza di decenni e imposta un discorso equilibrato intorno alla figura di un pigmalione del terrorismo internazionale, qui rappresentato come una brillante testa calda convinta di influenzare il mondo al pari dei suoi mandanti ed invero sempre più usato come mero sicario e poi abbandonato, senza protezioni e a conoscenza delle piaghe più segrete della storia recente della politica internazionale.

Il risultato politico di un film così delicato è quello di mostrare come Carlos non avrebbe mai potuto seminare terrore per anni senza l’appoggio attivo di governi e finanziatori internazionali, lo fa anche grazie allo straordinario l’attore protagonista Édgar Ramirez che offre una capacità mimetica rara ad un personaggio in mutazione perenne per vocazione e professione.

Di Carlos, personaggio unico nello scenario del Novecento e tutt’ora recluso in Francia dove sta scontando una condanna all’ergastolo per l’omicidio di tre agenti (l’unico capo di accusa per cui sia stato riconosciuto colpevole, nonostante sul suo conto si sospettino centinaia di morti) si raccontano ambizioni, sfrontatezza, capacità strategica e infine, l’incapacità di fermarsi davanti agli ostacoli, che lo trasformeranno in leggenda e al contempo in ergastolano.

È un racconto strettamente cronologico a svelarci la sua tragica epopea, dal suo reclutamento fino alle azioni più clamorose, come l’assalto al quartier generale dell’OPEC nel 1975, quando riuscì a sequestrare sessanta ostaggi e scappare con loro in un DC-9 fornito dalla polizia, e la frenetica peregrinazione che nel giro di vent’anni lo porterà di paese in paese, ospite sempre meno gradito a causa di un crescente piglio iconoclasta che lo rese progressivamente inaffidabile come mero esecutore.

Ciò che affiora tra i non detti della cronaca delle sue azioni di guerriglia è l’ambizione sfrenata che muta un giovane idealista al servizio dei più deboli in una istituzione del terrore internazionale, un mercenario che fonderà un proprio gruppo terrorista con cui entrerà in campo nelle pieghe più intricate della storia moderna lasciando il solito seguito di morti e dubbi, un ribelle impigliato nel disordine del mondo e incapace di trasformarsi a causa della popolarità crescente in un mondo che, invece, negli anni in cui ha imperversato è cambiato e molto.

Ecco il miglior pregio dell’opera di Assays: è una lezione di storia in movimento che si serve delle zone d’ombra del secolo breve mostrando l’irrequietezza dello scenario mondiale attraverso il riflesso imperturbabile di Carlos lo sciacallo.

Luca Buonaguidi

 

 

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