Il buio nella mente - CineFatti

Il buio nella mente (Claude Chabrol, 1995)

Quando il buio nella mente si accende.

Sophie (Sandrine Bonnaire) siede compita al tavolino del Caffè. Le bastano poche controllate parole per convincere Catherine Lelièvre (Jacqueline Bisset) a darle il lavoro da governante. E i primi giorni di servizio nella dimora signorile nei pressi di Saint Malò, parlano da soli: il suo operato è impeccabile, la sua presenza discreta, quasi invisibile.

È bella o è un gorilla come la vecchia domestica? chiede a tavola il figlio adolescente di Catherine. Non l’ho notato. Di sicuro non è un mostro.

C’è molto più di quel che traspare nella risposta noncurante della donna. Quella di Sophie è una presenza impercettibile, al punto da portare i Lelièvre (Catherine, il marito Georges e i figli Gilles e Melinda) a parlare di lei in sua presenza come se non ci fosse.

Non è così per Jeanne (Isabelle Huppert) l’impiegata dell’ufficio postale del borgo, una presenza impossibile da ignorare: vitale, ciarliera, sfacciata. Avrei anche potuto fare cinema rivela la donna a Sophie in uno dei loro primi incontri. Ed è proprio di fronte a questo primo viso amico che le emozioni raggelate di Sophie iniziano a sciogliersi.

Due solitudini (e due inconfessabili segreti) si incontrano e Il buio nella mente di Claude Chabrol si accende. Due attrici superlative, Bonnaire e Huppert, si calano in due fisicità – trattenuta e dimessa quella di Sophie, più vistosa quella di Jeanne – e due caratteri agli antipodi e, complice la prolungata assenza dalla villa dei Leliévre, innescano una tragedia annunciata.

Sono numerosi gli indizi che il regista distribuisce nel racconto: dai fucili da caccia di Georges in bella vista in cucina, allo sdegno negli occhi di Jeanne davanti alla naturale eleganza di Melinda e all’affettata gentilezza di Catherine; dalla sconvolgente incapacità di affrontare la realtà da parte di Sophie al risentimento crescente delle due amiche. Risentimento per una vita di lusso e riconoscimento sociale da cui Jeanne si sente ingiustamente esclusa e da cui Sophie si sente giudicata (la donna è analfabeta e il suo autocontrollo cede proprio quando Melinda scopre il suo segreto).

Il risentimento e l’odio covano sotto la cenere e lo spettatore può solo attendere l’esplosione finale con in sottofondo le risate allegre della famiglia riunite in salotto e le note del Don Giovanni di Mozart.

All’origine del film c’è un romanzo fulminante (La morte non sa leggere di Ruth Rendell), nel 1986 portato sul grande schermo da Dusama Rawi e in questa versione riadattato dall’ex redattore dei Cahiers du cinéma insieme a Caroline Eliacheff.

Questa volta però non siamo al cospetto di una feroce critica alla società borghese (come spesso accade nel cinema di Chabrol) bensì di un magnetico dramma psicologico che avanza per piccoli e inquietanti passaggi.

Un esempio per tutti: la reiterata abitudine di Sophie di accendere la tv per riempire la stanza (e il suo vuoto interiore?) di suoni e per colmare l’ansia crescente di fronte ad un ostacolo (una ricetta da leggere, una commissione al supermercato). Indizi che, uno dopo l’altro, condurranno la malsana alleanza femminile lungo una strada di sangue.

Francesca Paciulli

 

 

 

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