Jimmy's Hall

Jimmy's Hall (Ken Loach, 2014)

di Francesca Fichera.

Quando si dice che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, può spuntare un film come Jimmy’s Hall di Ken Loach, discreto successo della critica proveniente dalla selezione ufficiale dell’ultimo Festival di Cannes, da pochissimi giorni nelle nostre sale.

Un biografico sulla storia d’Irlanda e dell’uomo che contribuì a cambiarla: Jimmy Gralton, fervente comunista – nel film con il volto di Barry Ward – perseguitato dalla Chiesa e dal fascio. Di ritorno nel suo paese natio, la contea di Leitrim, si trova costretto a lasciarlo dopo pochissimo tempo, e di quel tempo parla appunto il film di Loach, ennesima prova del suo storico collaboratore e sceneggiatore Paul Laverty, visto (e ascoltato) l’ultima volta nel simpatico ma non eccezionale The Angels’ Share. E se lì la situazione era gestita dignitosamente, qui la musica – per quanto, a suo modo, co-protagonista del discorso politico – è totalmente diversa, e suona pure male.

Jimmy's Hall dance

Il personaggio di Jimmy ci viene mostrato nell’atto preciso del suo rientro a casa, accolto a braccia aperte dagli amici e dall’anziana madre, inseguito dai più giovani – desiderosi di apprendere “l’arte della libertà” da lui sperimentata negli inarrivabili Stati Uniti – e braccato dagli oppositori. L’intero coro di personaggi è appena accennato, privo di background, puro tramite per la passione politica di Loach e Laverty e per le parole che la incarnano. Non esiste storia a parte quella del paese, dell’Irlanda e, in forma di spettro, dei sommovimenti che scuotevano il mondo nel corso di quegli anni, i Trenta, segnati dalla crisi economica e dai primi vagiti  dei totalitarismi. Balza così subito all’occhio il maggiore difetto di Jimmy’s Hall: lo svilimento (paradossale) dell’ideale di fondo ottenuto tramite la sua continua ostentazione, quell’essere didascalico del cuore di tutto che finisce col distrarre e allontanare proprio da quest’ultimo, dal centro, spingendo lo spettatore, a furia di annoiarlo, verso i margini.

Ciò che è peggio è che si legge in Loach, e nell’operazione di riscrittura di Laverty, un maldestro desiderio di compromesso. Come se per rendere piacente un film dichiaratamente contrario al sistema (di allora, ma soprattutto attuale), anacronistico nell’ambientazione e (a quanto pare) nei sentimenti, i suoi creatori avessero deciso di camuffarlo nel suo esatto contrario, ossia in qualcosa di formalmente assimilabile alle produzioni che di un certo tipo di industria cinematografica, e di conseguenza del “venditore di illusioni” che le ha consentite, hanno rappresentato l’emblema. Jimmy’s Hall è l’attimo fuggente irlandese, un Mona Lisa smile fuoriuscito dalla scuola e ambientato nei campi – a proposito: un plauso assoluto a Robbie Ryan, i cui paesaggi trasferiscono al film la poesia che manca, e allo spettatore la voglia di fiondarsi in Irlanda.

La differenza? È che Jimmy è esistito, com’è esistito il “Red Scare”, la caccia alle streghe rosse, e come sono esistiti quegli irlandesi che hanno eseguito, passo per passo, una danza folle che reclamava uguaglianza e umanità davanti a un tribunale mondiale oramai già impassibile. Solo che Jimmy’s Hall non lo fa capire. Fallisce il suo intento rinunciando alla coerenza del proprio stile e, soprattutto, alla finzione, e finendo col perdere la verità che in essa sa fiorire. Come il discorso al termine de Il grande dittatore di Charlot: rompe il patto, interrompe la credulità, e ottiene una piccola, ma a suo modo significativa, caduta di stile.

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