La parte degli angeli (Ken Loach, 2012)

Ken Loach sepolto sotto la parte degli angeli.

Ken Loach è cinema per il sociale. Ignorando le radici e la consistente filmografia retta sulle sue spalle potrebbe sembrare persino un’impresa facile, seguendo Il vento che accarezza l’erba e una breve caduta di stile nel post-2000 in cui incorniciare La parte degli angeli, la commedia vincitrice del prix du jury al Festival di Cannes.

Il pensiero operaio di Loach prova ancora una volta a tradursi in risate e La parte degli angeli non manca di una certa leggerezza coi suoi improvvisati criminali da strapazzo, ma il realismo contenuto nelle storie del regista di Piovono pietre oltrepassa qualsiasi barriera e sopravvive anche al tentativo di sfumarlo col sorriso.

Anche gli angeli bevono whisky

Il titolo deriva dal 2% di Whisky destinato a svanire nell’’aria durante il processo di fermentazione. La parte degli angeli è un nome adeguato per il racconto di questo miscuglio eterogeneo di “cervelli” apeggiato dal neo-padre Robbie (Paul Brannigan), deciso a voltar pagina al fine di costruirsi una famiglia.

A far da compagni al “leader” Robbie vi sono la taccheggiatrice Mo (Jasmin Riggins), Albert lo stupido (Gary Maitland) e Rhino (William Ruane), tutti sotto il controllo del funzionario Harry (John Henshaw).

Harry diventa ben presto loro amico e mentore, grande appassionato di whisky, cerca di dare ai suoi lavoratori una passione su cui sfogare il loro troppo tempo libero, scoprendo così anche un talento olfattivo nascosto nel giovane Robbie.

Un drink?

L’’argomento è interessante per chi sullo schermo ama darsi alle degustazioni e per lo spettatore, introdotto a piccoli passi in un mondo in single malt e liquori leggendari dal valore spropositato e impensabile di un milione di sterline.

Se Loach avesse continuato su questa strada, elogiando i piaceri del regal liquore, La parte degli angeli avrebbe potuto essere eletto a film più spigliato dell’anno. I toni da commedia ne sono invece la rovina, pur non distruggendo un apparato testuale dettagliato e originale, come sempre riesce allo sceneggiatore Paul Laverty.

Il realismo imperante

Alzare un kilt davanti alla polizia, scherzare su dei calzini sporchi e gente che beve whisky “rigettato” da altri in una brocca di plastica, sono trucchetti da commedia abusati altrove e abbastanza disgustosi in certe situazioni. Forse potevano funzionare su carta, ma Loach non riesce a dare il supporto necessario.

Lo stile naturalistico di Loach manca della tempistica giusta, riprende la scena come fosse un normale dialogo senza dare alcun appoggio né agli attori né al testo nel momento in cui si tratta di sfogare la tristezza in sottofondo con una risata liberatoria. È un mondo che appartiene ai protagonisti e non esce dallo schermo.

Così a tratti assistiamo alla versione morale di un film come Four Lions, dove una camera a mano accompagnava i futuri terroristi quasi fosse un documentario. Ken Loach tenta di fare lo stesso, inciampando sul sentiero poco praticato e marciando a pieno regime nella disperazione e desolazione delle Midlands di cui sempre è stato Maestro.

E sempre sarà, le immagini di Loach sono fatte per restare.

Ma tornando a La parte degli angeli possiamo affermare come sia un film che richiede allo spettatore uno sforzo extra nel non giudicarlo male per le sue buone intenzioni.In fin dei conti il lato commedia possiamo considerarlo come quel 2% di whisky evaporato. Resta pur sempre un 98% che sa essere piacevole, un ensemble di gusto.

Forse il modo giusto per affrontarlo sarebbe concedendosi un paio di quadratini di cioccolato fondente e un bel bicchiere doppio di Lagavulin prima della proiezione.
Rigorosamente senza ghiaccio.

Fausto Vernazzani

Voto: 3/5

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