Kon Tiki (Joachim Rønning, Espen Sandberg, 2012)

di Fausto Vernazzani.

Siamo in un’era in cui si vive nella convinzione ch’esser folli sia il modo giusto per raggiungere il successo: in molti casi è vero, in altri quella follia è solo fedeltà alle proprie idee e convinzioni, una dedizione a se stessi più lucida della ragione e ben lontana dal foolish tanto decantato ai giorni nostri. Convinto in tutto e per tutto delle sue teorie, solide per via delle numerose prove raccolte durante i suoi anni a Fatu Hiva, l’etnografo Thor Heyerdahl sosteneva l’ipotesi secondo cui i popoli pre-colombiani colonizzarono la Polinesia viaggiando per oltre 8000 chilometri su delle  zattere. Una teoria considerata pazzesca nella seconda metà degli anni ’40, tanto assurda da costringere Heyerdahl a dimostrare di persona d’aver ragione: costruì una zattera, la Kon Tiki (come il dio del Sole), e ripercorse le correnti esattamente come fecero gli Inca oltre un millennio e mezzo fa.

La Norvegia gioca una carta lanciandola in mare, produce un film sull’avventura che fece guadagnare al paese scandinavo l’unico premio Oscar della sua storia, per la precisione nel 1950 per il Miglior Documentario grazie a Heyerdahl e al materiale che girò sulla zattera. Ora quella carta è ritornata a riva e di nuovo viene utilizzata, spianando la strada alla Norvegia verso il Premio Oscar per il Miglior Film Straniero dopo la già confermata candidatura ai Golden Globes. Diretto dal duo di Max Manus, Joachim Rønning ed Espen Sandberg, Kon Tiki è un film d’avventura accattivante, legato a quelle storie di scoperte ed esplorazione impossibili da non apprezzare, in particolare quando ben dirette nonostante una sceneggiatura un po’ frettolosa e a tratti populista. Il testo di Petter Skavlan mantiene però il giusto ritmo, quel tocco necessario per abbellire un film girato nella sua (quasi) totale interezza sulla zattera dove il team di Heyerdahl affronta squali, tempeste e la paura dell’ignoto.

Kon Tiki

Incuriosisce certo la sua presenza nella cinquina dei migliori film stranieri del Golden Globe, ma la struttura di Kon Tiki regge alla perfezione così come la zattera da cui prende il titolo la pellicola: pare sempre che stia per affondare, ma in realtà galleggia senza timore. Rønning e Sandberg affascinano con le scene spettacolari che sfruttano le bellezze del mare, partendo dalla vegetazione affacciata sulle spiagge di Fatu Hiva fino allo splendido incontro con lo Squalo Balena, alternandosi con i dubbi dell’uomo, l’animale meglio rappresentato sullo schermo dalla coppia norvegese. Pål Hagen, interprete del protagonista Heyerdahl, si cala nella parte dello scienziato convinto di sé senza batter ciglio per un solo istante, aiutato dall’astuto gioco di dettagli sguinzagliato dai registi, ma a brillare nel mezzo di quel sottile cast tutto scandinavo v’è anche lo svedese Gustaf Skarsgård (l’etnografo Bengt Danielsson) e Tobias Santelmann (l’eroe di guerra Knut Haugland).

Kon Tiki riassume la voglia di fare cinema della Norvegia, in rialzo negli ultimi anni con la popolarità guadagnata grazie a Morten Tyldum ed al suo Headhunters, ancora in giro per i Festival; Kon Tiki è l’asso nella manica di un paese parte di un collettivo Scandinavo pronto a competere contro quel cinema europeo lanciatosi nell’arte dell’intrattenimento. Sarebbe stupido non consigliare ai più questo bel film datato 2012, scoperto verso la fine di un anno che ci ha dato tanto bel cinema, un tramonto straordinario come i tanti ripresi e “cacciati” da Thor Heyerdahl, qui esposti in tutta la loro bellezza, perfetto finale sia per una bellissima giornata sia per un lungo viaggio verso il raggiungimento e la conferma che la ragione nasconde dietro di sé grandi avventure.

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