Gone Girl - L'amore bugiardo

L'amore bugiardo (David Fincher, 2014)

di Victor Musetti.

Per Nick Dunne è una mattina come le altre quando sua moglie scompare nel nulla. Nessun biglietto, nessun preavviso. I vetri rotti in casa mostrano i segni di una lotta, ma Nick non sembra stupirsi di niente, anzi, non sembra neanche dispiaciuto. La chiamavano Amazing Amy. Era il prototipo della donna americana perfetta: scrittrice di successo, raffinata, elegante, intelligente, bellissima. Cosa può essere successo? Nick Dunne mostra di voler collaborare con la polizia, ma al tempo stesso c’è qualcosa di strano nel suo comportamento, come se non gli interessasse davvero, o come se nascondesse qualcosa. Presto infatti i sospetti ricadranno tutti su di lui e la storia diventerà un caso mediatico senza precedenti.

Come succedeva nella serie di culto Desperate Housewives a raccontare tutto è la donna scomparsa, Amazing Amy, che con la sua voce off ricostruisce pezzo per pezzo, in ordine cronologico, l’origine della loro storia d’amore, del loro matrimonio e del suo progressivo sfaldamento. La quantità di immagini e parole a cui assistiamo per tutta la durata del film è sorprendente. Tutto ci viene spiegato a parole. E non stupisce che a scrivere la sceneggiatura sia stata la stessa Gillian Flynn, scrittrice del best-seller da cui è tratta. Il film infatti è un fiume in piena che non si ferma mai. Un continuo e incessante capovolgersi di situazioni e punti di vista che si susseguono in un gioco di colpi di scena che diventa presto estenuante.

L'amore bugiardo

Questo meccanismo secondo cui per tenere viva l’attenzione dello spettatore bisogna ribaltare le carte in tavola ogni cinque minuti purtroppo porta ad una serie di situazioni e soluzioni forzate, inverosimili e ridicole. E se da un lato si ha spesso l’impressione che Gone Girl sia in realtà una stagione intera di una serie televisiva compressa in 150 minuti di film, dall’altro ci si chiede in tutto questo dove sia il David Fincher che conosciamo. Quello che fino a pochi anni fa era (forse per sbaglio) considerato una delle punte di diamante del cinema americano contemporaneo. Non c’è alcuna ambizione di messa in scena, alcuna soluzione registica memorabile. È un film che avrebbe potuto dirigere qualunque altro regista.

Il vero problema di Gone Girl è che non mira assolutamente ad essere niente di più che un buon film d’intrattenimento. È una gigantesca puntata televisiva proiettata su grande schermo, il cui ritmo incessante e forsennato sembra studiato appositamente per attrarre l’attenzione di un pubblico che non è autonomamente in grado di mantenerla. E in questo senso la comparsa delle tette di Emily Ratajkowski in un momento del film è lo specchio preciso di alcune scelte produttive di fondo che non possono equivocare la natura intrinseca del prodotto.

E poco ha potuto farci Ben Affleck, uno dei volti meno espressivi della storia del cinema, qui incastrato nel ruolo di un personaggio controverso e privo di emozioni, che avrebbe seriamente necessitato di una figura dalla forte personalità ed empatia. Bisogna anche dire che l’ombra di quel filmone che è stato Prisoners di Denis Villeneuve si fa sentire. Ed era veramente difficile fare qualcosa di anche solo paragonabile. Era un film serio, serissimo, mai disposto a scendere ad alcun tipo di compromesso, pur mantenendo una confezione appetibilissima anche per il grande pubblico.  Ed è proprio questa tendenza estrema a sottovalutare gli spettatori (attitudine che ricorda molto quella del compatriota Christopher Nolan) che rende Gone Girl non solo un film vuoto e superficiale, ma anche irrimediabilmente brutto.

 

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