L'uomo lupo - CineFatti

L'uomo lupo (George Waggner, 1941)

L’uomo lupo Universal: genesi di un mito minore.

Dopo i licantropi venne il licantropo. Per la Universal, almeno. E l’idea la dobbiamo allo sceneggiatore Curt Siodmak, ebreo sfuggito alla persecuzione nazista, che nel 1941 rielaborò il tema di Werewolf of London – da noi conosciuto come Il segreto del Tibet – in chiave pseudospiritualista, donando alla pelosa figura del lupo mannaro un rilievo e un protagonismo assoluti. Nacque così quella pellicola destinata a farsi oggetto di culto qual è L’uomo lupo.

George Waggner è il regista, nome schiacciato dalla fama del film e soprattutto del suo interprete principale, l’ingessato ma carismatico Lon Chaney jr.: colui il quale riceve il marchio della bestia – la stella a cinque punte, citata diversi anni più tardi, in una maniera tutta sua, da Cursed di Wes Craven – con il morso di un’altra creatura delle tenebre, ereditandone la maledizione.

Perciò si trasforma, davanti allo specchio e fra le quattro mura della sua stanza, in un modo che ricorda la mutazione stevensoniana di Spencer Tracy ne Il dottor Jekyll e Mr. Hyde: scoprendo il nuovo, peloso se stesso con orrore e curiosità insieme.

Ma, rispetto al lavoro di Victor Fleming e ad altri film del medesimo tono, L’uomo lupo di Waggner, pur mantenendo lo status di prima opera veramente significativa dedicata alla figura del licantropo, rivela un divenire molto fiacco, verboso, reso salvabile da una manciata di elementi e – naturalmente – dal fatto che, a voler parlare di mostri, sia impossibile prescindere da quello che rappresenta a tutti gli effetti uno dei padri della tradizione.

Fra i suddetti pregi comunque vanno di sicuro annoverati gli inserti gitani, con Bela Lugosi nei panni di se stesso in versione zingaresca – un indovino di nome, appunto, Bela – e la vecchia Maleva (Maria Ouspenskaya) le cui labbra pronunciano ripetutamente l’emblematica formula “Anche l’uomo che ha puro il suo cuore, ed ogni giorno si raccoglie in preghiera, può diventar lupo se fiorisce l’aconito, e la luna piena splende la sera”.

Il discorso della mostruosità in potenza giace qui fra le righe: prima della sua metamorfosi, il signor Larry Talbot/Lon Chaney è tutt’altro che impeccabile. È un marpione sfacciato che spia le belle donne dalla finestra. Nei suoi confronti, i versi della zingara Maleva fungono quasi da ironico contrappunto: se fra un uomo buono e un licantropo c’è nient’altro che un velo, la distanza rispetto a un individuo come Larry Talbot sarà ancora più breve.

Specialmente di sera, con il favore delle ombre e l’influenza del plenilunio, che agisce sugli umori degli uomini – di tutti gli uomini, anche se di certi di più – come con le maree. E non sempre – anzi, quasi mai – con una mostruosa maschera creata da Jack Pierce a sottolinearlo.

Francesca Fichera

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