Quijote

Quijote (Mimmo Paladino, 2006)

Mimmo Paladino e la bellezza del suo Quijote di Francesca Fichera.

Da un progetto dell’artista d’avanguardia Mimmo Paladino, che gira nelle stesse, splendide terre beneventane in cui è nato, Quijote è un tesoro sotto forma di film. Ne è protagonista uno scultoreo e vibrante Peppe Servillo, “cavaliere errante” senza capelli e con la lancia sempre tesa. Ad accompagnarlo, in carne e musica, il Sancho Panza inedito di Lucio Dalla, alla sua ultima apparizione sullo schermo. Introduce e interviene il delirio verbale di Alessandro Bergonzoni, nelle vesti di mago creativo e ciarliere.

La riscrittura dell’opera del Cervantes puntella gran parte del percorso artistico di Paladino, qui culminato in un’opera che si accosta più al ‘teatro filmato‘ che al cinema, e da cui chi si aspetta un racconto nel senso tradizionale del termine ha da stare alla larga. D’altronde, sarebbe un piccolo grande crimine perdersi questa assoluta delizia per gli occhi che Paladino racconta – con l’aiuto della scrittura di Corrado Bologna – attraverso le immagini, e senza limitarsi alla frontalità insita nel linguaggio teatrale (o pittorico) delle origini. In Quijote infatti domina l’interazione, la struttura a rete, il meccanismo della citazione: l’età contemporanea svela se stessa attraverso gli anacronismi letterari (la Biblioteca di Babele di J. L. Borges è il più lampante), le rovine delle fabbriche, i rimandi all’arte cinematografica (la partita a scacchi con la morte de Il settimo sigillo di Bergman, interpretata da Remo Girone), i mulini a vento trasformati in pale eoliche.

È un adattamento nel vero senso della parola, eppure non risulta volgarmente didascalico e superficiale ma, al contrario, lirico e poetico. Il talento visivo di Paladino e la fotografia di Cesare Accetta – quest’ultimo probabilmente alla sua collaborazione più riuscita – realizzano, nell’incontrarsi, quadri di pura bellezza resi viventi dal testo, misurato ed ermetico, e dall’improvviso movimento di macchie di colore; su tutti, la meravigliosa scena crepuscolare delle mofete, con il cavaliere immobile di Servillo e la dama bianca di Ginestra Palladino.

Ma Quijote sembra essere anche e soprattutto un omaggio a Paduli – paese natio del regista – e a quel profondo Sud – e forse, a suo modo, al Paese intero – così malandato e allo stesso tempo così bello da riuscire a mozzare il respiro, con le sue vedute dipinte sullo schermo che, per 75 minuti di tregua assoluta e sospesa, mostrano ai nostri occhi ignari il fascino nudo di una terra abusata. Lì dove fra un mostro eolico e un fossile industriale s’aggirano ancora i fantasmi dei fasti, dello stupor mundi e dei regni all’apparenza rigogliosi, e perfino la voce degli imperatori sente di doversi unire all’eco della più amara delle confessioni: “ho fallito. Ho fallito anch’io”.

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