Laputa - Il castello nel cielo

Laputa – Il castello nel cielo (Hayao Miyazaki, 1986)

di Francesca Fichera.

Dal futuro alle origini, vibrano ancora negli occhi le immagini della commovente storia di Si alza il ventounite a quelle iridescenti de La principessa splendente, tanto che viene voglia di tornare alla fonte dell’incredibile e variopinto fiume dello Studio GhibliLaputa, Il castello nel cielo, prima opera nata all’interno della casa di produzione fondata da Hayao Miyazaki e Isao Takahata assieme alla Tokuma Shoten.

Esplicito omaggio a I viaggio di Gulliver di Jonathan Swift, la cui terza parte conteneva le descrizioni di una terra fluttuante nel cielo chiamata appunto Laputa, il film riporta sullo schermo il sentimento ecologista alla base dell’opera omnia del regista giapponese, già introdotto dal precedente Nausicaä della Valle del vento (1984), dove si mescolava ai futuri, onnipresenti leitmotiv del volo e dell’Amore. S’aggiunge la costante del protagonismo femminile, qui nelle giovanissime vesti di Sheeta (doppiata da Anna Paquin per l’edizione internazionale), fra gli ultimi discendenti degli antenati nobili di Laputa e, per questo, custode di un immenso e misterioso potere. Le fa da spalla, come da copione, un ragazzino di nome Pazu (James Van Der Beek in America) che l’aiuta a sfuggire all’azione congiunta dei pirati dell’aria, capitanati dalla rude piratessa Dola, e dell’esercito governativo.

Laputa - Il castello nel cielo - Il robot

Al centro c’è una versione futuristica e aerea di Atlante, della sua civiltà sopraffatta dalla stessa tecnologia che l’ha resa una potenza fiorente ed egemone, perché a contare non è il cosa ma chi lo usa. Fra voli e inseguimenti rocamboleschi, Hayao Miyazaki fa sua, e soprattutto nostra, la lezione che caratterizzerà il discorso di un’intera carriera; racconta in modo tradizionale, divertendosi con il tratto gelatinoso e fluido dei suoi disegni, ritraendo il lato più goffo e umano della vita e soprattutto della cattiveria, la stupidità del Male, i sogni e le contraddizioni della modernità. L’equilibrio tra lo sguardo immaginifico dell’infanzia e quello lucido della maturità è, ne Il castello nel cielo, già raggiunto, per quanto ancora lontano dalle vette poetiche dei futuri lavori – specialmente de La città incantata (2001).

Ma c’è comunque una nicchia in cui si nasconde la poesia, proprio come Laputa è celata dalle nuvole, e corrisponde al momento in cui la stessa città-castello si svela agli occhi dei bambini, pronti a provare dolore e speranza insieme nonostante il loro essersi smarriti in un futuro trascorso a causa dell’ambizione degli adulti. Lì, le imponenti scene virate al verde, all’azzurro e al bianco, i giganteschi robot dormienti e il lento cammino di scoperta dei due giovani protagonisti, uniti alla splendida anima musicale di Joe Hisaishi, costituiscono il vero e unico momento di sospensione nell’aria, il farsi leggero della parola, del racconto. Un’oasi temporale di perfetta armonia con il creato, tanto naturale quanto artificiale, che vale da sola almeno una visione de Il castello nel cielo.

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