La storia della principessa splendente

La storia della principessa splendente (Isao Takahata, 2013)

di Francesca Fichera.

La principessa splendente si è fatta desiderare molto. Anche al cinema. E breve è stato il suo passaggio, evento speciale patrocinato in Italia dalla Lucky Red (con un’anteprima esclusiva durante il Lucca Comics & Games) della durata complessiva di tre giorni. Così, l’ultimo film di Isao Takahata, grande firma dello Studio Ghibli nota soprattutto per il tragico capolavoro de Una tomba per le lucciole, ha avuto giusto il tempo di essere colto da chi lo aspettava con ansia – che a sua volta ha dovuto trovare il tempo per farlo, senza riuscirci sempre.

A placare la sete, intanto, ci hanno pensato le immagini, straordinarie e tenerissime, che con l’eleganza dei toni pastello della primavera orientale hanno saputo colorare gli angoli del web come poche volte è capitato di vedere. L’atmosfera sospesa del mito –  quell’antichissimo Taketori monogatari, “Il racconto di un tagliabambù”, risalente al X secolo d. C. – è stata in grado di contagiare gli spettatori ancor prima di dispiegarsi attraverso lo schermo cinematografico. A piccole ma inebrianti dosi, come un profumo di fiori sconosciuti e lontani.

La principessa splendente

La storia della principessa splendente rientra fra i numerosi omaggi fatti alla leggenda di Kaguya, la minuscola bimba nata e cresciuta da una gemma di bambù, distinguendosi per la fedeltà e la limpidezza con cui riporta in vita uno dei miti fondanti della cultura nipponica. Sebbene alcuni dei temi presenti – la ricerca della felicità, l’animo ribelle imprigionato dalla volontà dei genitori, la corruzione dei costumi del mondo, il rispetto della natura – possano dirsi universali, il modo di porli è chiaramente figlio di un lato altro, distante, del nostro pianeta. Un lato dalle cui storie è possibile apprendere solo nel momento in cui se ne accetta e rispetta la diversità: ciò che, nel film di Takahata, all’occhio meno abituato sarà evidente nei gesti, nei modi di dire e di fare dei personaggi; nella potenza di alcune visioni – dove il tratto del disegno cambia, facendosi sfuggente e confuso per riflettere il groviglio torbido delle emozioni, e donando allo spettatore forse i momenti migliori del racconto; nella sottile cronaca degli usi e dei costumi immersi nella tradizione. Tutte cose che potrebbero apparire strambe, assurde, deliranti – più delle altre, l’onirico e visionario finale, che pur trancia una parte fondamentale della leggenda per non rendere il boccone troppo amaro. E che, invece, dovrebbero limitarsi a colpire, affascinare, rimanere, come del resto ha quasi sempre saputo fare la cinematografia d’Oriente.

Con La storia della principessa splendente, Takahata si ferma a metà di questo percorso: riscrive con la grazia della poesia le origini della propria cultura, rinunciando a inspirare familiarità al di là dell’aspetto puramente formale; il disegno, morbido, variopinto e spesso anche caricaturale (vedi l’esilarante ancella della principessa, oppure le facce buffamente truccate dei due genitori), è lo strumento cui sono affidati tanto la comunicazione – non di senso, ma di semplici suggestioni – quanto il ruolo di punto di riferimento, di riconoscimento. Quello che ci fa dire che la particolarità, specialmente quando si manifesta in queste forme, è cosa preziosa. E la sua mancanza si sente tanto.

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