Hammer & Dracula

Hammer Films: 80 anni con Dracula

di Francesca Fichera.

Celebrare gli 80 anni della Hammer: non si può, si deve. A maggior ragione se il genere di cui la casa britannica s’è fatta portabandiera, l’horror (sebbene per soltanto un terzo della sua produzione, come specificato sulla home del sito ufficiale), attraversa una fase di profondo e multiforme rinnovamento come quella in corso. La novità mette in discussione il passato senza poterne prescindere, e chi durante quello stesso passato ha dettato legge rivestirà per sempre, in quell’immaginario così vasto da rassomigliare sempre più a una nebulosa, il ruolo di punto di riferimento.

Anche per questo, mentre il sanguinario conte della Transilvania rispunta nelle sale con la versione (quasi) inedita di Dracula Untold,  fa bene ritornare a quello che per molti anni è stato, e in parte ancora rappresenta, il vampiro per eccellenza. Dopo il pallido e mostruoso Orlok del Nosferatu di F. W. Murnau e l’allucinato Bela Lugosi diretto da Tod Browning. Il Dracula che nasce dall’incontro fra il carisma imponente di Christopher Lee e l’immaginazione del regista Terence Fisher possiede tutti i vantaggi derivati da una progressiva caduta (o abbandono) dei tabù, iniziata a metà degli anni Cinquanta e culminata, con successo relativamente scarso, un ventennio più tardi. Un sottile, quasi impercettibile crollo dei limiti imposti al visibile, che sfrutta e diventa al tempo stesso il marchio della peculiarità cinematografica inglese. E che con la Hammer, il suo sangue dal rosso acceso e una certa qualità posticcia che percorre un poco tutta la produzione affine, di cui Roman Polanski si prenderà gioco senza esitare, semplicemente esplode. Diventando tipica.

Hammer e Dracula - Peter Cushing

1958 è l’anno del primo Dracula, che accanto a Lee vede un altro pilastro della recitazione targata Hammer: Peter Cushing, per l’occasione (e per la prima volta) nei panni di Van Helsing, il leggendario cacciatore di vampiri, in un film – Dracula il vampiro, per l’appunto – che rispetta in via più o meno canonica il plot del romanzo d’origine, il grande classico firmato da Bram Stoker. Il duo di attori, che tornerà soltanto un anno dopo ad occupare gli schermi con il futuro cult La mummia, avrà un successo tale da richiedere la produzione di almeno una quindicina fra sequel e spin-off incentrati sulla figura del voluttuoso non-morto, di cui “soltanto” sei aventi per protagonista/antagonista Lee e Cushing:  Dracula, principe delle tenebre (Dracula, Prince of Darkness, 1966); Le amanti di Dracula (Dracula Has Risen From The Grave, 1968); Una messa per Dracula (Taste The Blood of Dracula, 1970); Il marchio di Dracula (Scars of Dracula, 1970); 1972: Dracula colpisce ancora! (Dracula A. D., 1972); I satanici riti di Dracula (The Satanic Rites of Dracula, 1973).

La marca tradizionale – almeno per quanto riguarda la trama – rimane fino al successivo Dracula, principe delle tenebre, sempre di Fisher e con un Cushing non accreditato che interpreta Van Helsing solo per i primi minuti di pellicola e solo per consolidare il rapporto con il film precedente. A quel punto la Hammer Horror, attiva da 11 anni suonati, può azzardare nuove declinazioni allegoriche per lo schermo del connubio amore/morte, anche in forza di una tendenza in crescita a livello globale – e con buona parte dello zampino italiano, per grazia di Mario Bava & Co. – che conferisce all’erotismo un posto di assoluto rilievo. Nascono così Le amanti di Dracula dove, oltre alla lieta compagnia di cui si avvale il vampiro, è riproposto l’espediente del viaggio quale mezzo per il risveglio della creatura malvagia – in questo caso ibernata, scongelata in seguito dal contatto col sangue. Questo, però, se non si vuole fare prima un passo indietro al primo degli spin-off derivati dal Dracula del ’58, con Cushing nelle vesti di Van Helsing e Fisher in quelle di regista, ma senza Chris Lee: il leggendario Le spose di Dracula, classe 1960, chiaro esempio di come il risvolto erotico insito nella figura femminile rappresenti un elemento di richiamo già agli albori dei Sessanta –  alla metà dello stesso decennio appartengono film del medesimo tenore, sebbene di generi e tematiche differenti, come l’esemplare The Witches.

Hammer e Dracula - Le spose di Dracula

Assieme al viaggio liberatorio, gli occhi rossi di Lee e la sua cotonatura nera e squadrata continuano comunque a detenere il primato di fil rouge delle successive produzioni, quelle in cui Fisher cede lo scettro da regista a Peter Sasdy, nel ’70, e a Roy Ward Baker, nello stesso periodo ma per soddisfare inedite esigenze di pubblico: sono gli anni del pulp, della voglia di vedere sesso e violenza in versioni sempre più esplicite ed estreme, e sarà proprio Baker a condurre il cambio di rotta della Hammer Films di poco precedente al suo tracollo. Primo esperimento in tal senso è proprio Il marchio di Dracula, con ambientazione contemporanea – la Londra anni Settanta – e atmosfere neogotiche condite da parecchio splatter, sul modello d’influenza italiana; la storia è completamente slegata da quelle delle altre pellicole, tanto da escludere la purezza dell’attributo di sequel, che invece spetta di diritto ai successivi 1972: Dracula colpisce ancora! I satanici riti di Dracula, entrambi di Alan Gibson, e con Lee e Cushing nei soliti ruoli (per quanto rivisitati). Interessante è notare come, nel penultimo dei sequel (quello dei riti satanici), allo stereotipo del vampiro seduttore e killer s’aggiunge l’elemento del virus, fino ad allora inedito per quel filone, probabile figlio della tradizione romeriana dello zombie e di trasversali contaminazioni di fantascienza.

Baker però la rivoluzione la fa mettendo da parte Stoker e preferendogli Carmilla, figura di vampiro donna precedente all’affermarsi del conte demoniaco di Transilvania: ed ecco dunque la “trilogia dei Karnstein“, che inconsapevolmente chiude il cerchio tornando alle origini (C. T. Dreyer ne trasse ispirazione per il suo Vampyr del 1932), di cui Baker dirige il primo episodio Vampiri amanti (The Vampire Lovers) nel 1970, per poi lasciare i sequel Mircalla, l’amante immortale (Lust for a Vampire, 1971) Le figlie di Dracula (Twins of Evil, 1971) rispettivamente a Jimmy SangsterJohn Hough. La ricetta della nuova miscela consiste in: pochi ma buoni exploit sanguinolenti, un uso abbondante del ralenti ma, soprattutto, seni al vento in gran quantità, oltre a un egual numero di scene saffiche. Gli echi di un rinnovato amore per la figura della strega (vedi The Witches) si arricchisce dell’attributo relativo alla complicità erotica fra donne, allineando la produzione di frontiera della Hammer con la voga dell’epoca. Peter Cushing, ancora una volta, funziona da filo conduttore e ristabilisce l’ordine – stavolta nei panni di un fervente puritano. Tornerà ad essere Van Helsing nell’ultimo dei film scaturiti dal primo Dracula, lo spin-off  La leggenda dei 7 vampiri d’oro (The Legend of the 7 Golden Vampires, 1974), di Roy Ward Baker e Chang Cheh, dalla (per fortuna) brevissima serie del “c’era un cinese in Transilvania”, e dove il perfido conte ha il volto di John Forbes-Robertson, sostituto di un Lee citato come “rinunciatario”. Forse l’attore britannico aveva intuito che né questo né gli esperimenti sexy e violenti della trilogia avrebbero portato a qualcosa… di buono. Il loro flop al botteghino sarebbe stato determinante per il destino della casa di produzione: la bancarotta del 1979 ne fu la conferma. Eppure a volte, o pure spesso, ritornano.

Anche la cara vecchia Hammer Films.

Hammer e Dracula - Vampiri amanti

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