BFI58: Whiplash (Damien Chazelle, 2014)

Whiplash maschera i cliché dell’american dream sportivo sotto le note jazz d’un batterista.

american dream può essere un peso incredibile da portare sulle spalle. Sentire la perenne spinta a essere il migliore in assoluto anziché dare il meglio di se stessi, cercare a tutti i costi di divenire un’altra persona, trasformarsi nell’obiettivo e non in una versione evoluta del proprio io seduta accanto alla realizzazione di un sogno. Il cinema statunitense ne ha fatto un cavallo di battaglia, in particolare nei film sportivi, dove la metafora facile dello sforzo fisico trasmetteva senza troppi giri di parole il macigno di aspettative a cui ogni americano è legato. Whiplash non è diverso da tanti suoi simili, di ieri e di oggi, non nella storia almeno: sono due personaggi, due attori a fare la differenza.

È sempre stato così al Sundance Film Festival: non vince il film di nicchia come alla Laguna (A Pigeon), non è il cinema globale della Berlinale (Black Coal, Thin Ice), né la pellicola d’autore presentata al Palais du Festival (Winter Sleep), sono gli uomini e le donne su cui gira intorno l’opera a tornare a casa vincitori. Whiplash di Damien Chazelle ha ottenuto la vittoria a Park City e come chi è venuto prima di lui ha dalla sua parte una forte storia personale e una potenza unica nel comparto attoriale. Gabourey Sibide in Precious è un ottimo esempio, così come Michael B. Jordan in Fruitvale Station e Quvenzhané Wallis in Re della terra selvaggia, e in futuro, con un’ottima probabilità di ottenere un paio di nomination agli Oscar, lo saranno anche Miles Teller, l’allievo, e J. K. Simmons, il maestro.

Non si tratta di rugby, football o baseball. Whiplash è un brano jazz per la band dello Shaffer Conservatory dove insegna il celeberrimo Terrence Fletcher (Simmons), un tiranno senza peli sulla lingua, il classico vincitore che non concede a niente e nessuno di infilarsi sulla sua strada con l’intento o il talento di rovinargli un lavoro ben fatto. Suonare per lui è quanto aspira ogni studente del conservatorio, un’occasione per mettersi in vetrina a cui Andrew (Teller) non sa resistere. Un double swing alla batteria e Andrew è dentro la jazz band di Shaffer, una realtà fin troppo dura da accettare: Fletcher è intransigente, brutale, fisicamente violento, tutto per spingere i suoi studenti a migliorarsi, ad autodistruggersi. Ma dove Fletcher è determinato a usare la crudeltà come mezzo di comando, Andrew è disposto a separarsi da tutto, affetti e famiglia, per poter entrare nella storia.

Due blocchi di marmo in collisione, l’impatto è assordante e il ritmo eccezionale: Whiplash si ascolta con gioia, segue la musica col montaggio rapido in fuga tra uno strumento e l’altro all’interno della band, progredisce e prolifera con decine e decine di dettagli sparati alla velocità di una mitragliatrice. A una carica emotiva così dinamica lo spettatore resiste a fatica pur conoscendo i limiti di una trama anziana quanto il cinema stesso, se non oltre. Chazelle si fa da parte, si fa esoscheletro per Teller e Simmons, li regge e potenzia con la macchina da presa, gli lascia campo libero per sfogare le proprie sensazioni e la bestiale abilità di recitare vestendo il personaggio come un guanto. Per un giovane come Teller è un successo immenso, per un caratterista come Simmons è ancor di più, è il raggiungimento del picco massimo della propria carriera, in passato sempre alle spalle del protagonista.
Ci vuole una certa abilità anche nel non farsi vedere e Chazelle in questo riesce, appare di tanto in tanto in brevi collage simili per tempismo e intenti alla mano rapida di Edgar Wright. Al di fuori di brevi partecipazioni sono solo gli occhi di Simmons e Teller a trasparire, le loro mani e i loro occhi, fino allo scontro finale, la battaglia col boss alla fine dell’ultimo livello, il momento di fare quel touchdown definitivo per portare la propria squadra in cima alla classifica. Minuti di tensione che attirano applausi a profusione. E così è stato, meritatamente.

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