BFI58: Mommy (Xavier Dolan, 2014)

Si può dire che a sua madre Xavier Dolan deve tutto. La sua carriera di giovanissimo regista canadese iniziò a 19 anni con J’ai tué ma mère (“Ho ucciso mia madre”), ispirato a un suo tema scolastico in cui scriveva della morte di lei, in realtà più che viva.

L’’esordio fu strabiliante quasi quanto i successivi lavori che lo hanno inserito nel pantheon dei nuovi grandi registi internazionali (Les amours imaginaires è fantastico), sempre presente alle grandi kermesse, come Cannes, il festival che lo ha cullato sin dal debutto, dove ha vinto il Premio della Giuria (ex-aequo con Jean-Luc Godard e il suo Adieu au langage) col suo ultimo Mommy.

Atterra anche a Londra al BFI London Film Festival, poche settimane dopo l’’annuncio della sua selezione come candidato canadese per la categoria Miglior Film Straniero agli Oscar 2015, e alla conclusione dei suoi 135 minuti si guadagna un lungo applauso all’anteprima stampa.

Non è per l’’azzardo di girare un film (quasi) interamente in 4:3, abbandonando le aspirazioni a schermi sempre più ampi, un esperimento tra l’’altro riuscito, ma per lo splendido, è dir poco, contatto sentimentale creatosi tra il regista Dolan e la figura materna protagonista, interpretata magistralmente da Anne Dorval, a cui dovrebbe essere concesso in territorio Nord Americano di fare il salto linguistico e apparire nella cinquina delle Migliori Attrici Protagoniste agli Academy Awards.

La trama è un gioco di fanta-politica sottinteso. Nel 2015 in Canada passa la legge S-14, un atto destinato alle famiglie in situazioni economiche, psicologiche o fisiche disagiate: a loro sarà concesso di scegliere (oppure obbligati) se mandare i propri figli in istituzioni mediche per tenerli in cura, lontani dai problemi. Lontani dalle loro famiglie.

Lo spettro della legge alea per Mommy dall’inizio alla fine, lo si percepisce anche se citato soltanto all’’inizio della pellicola. È sufficiente per agitare lo spettatore di fronte alla precarietà della vita di Diane Després e suo figlio Steve. Diane non è esattamente una madre modello, sboccata, disinibita, ma innamorata del proprio figlio; Steve è violento, con evidenti problemi comportamentali, ma in fondo un ragazzo d’oro pieno di amore per la propria madre. Mancano i soldi, manca la tranquillità.

Mommy è sotto sotto una critica spietata al sistema, mette in scena una famiglia disfunzionale evidenziando il ruolo della comunità politica come un vero e proprio disastro assassino.

Il primo pensiero non può essere l’affetto, calda presenza nel rapporto tra Diane e Steve, ma la risoluzione dei propri problemi finanziari, senza l’’assistenza di chiunque se non degli amici, la vicina di casa Kyla, insegnante in fermo e reduce da un potente esaurimento nervoso.

Il trio di attori risplende, il biondo Antoine Olivier-Pilon è brillante come la sua madre Dorval, Suzanne Clément timida e dolce fin quando la realtà non la “tocca” fin troppo nel profondo trasformandola radicalmente.

Dolan raggiunge il picco del suo incredibile talento nella direzione degli attori e per oltre due ore tiene lo spettatore con gli occhi spalancati: non senza uno spettacolare intermezzo in 16:9 standard per commuovere senza pietà.

La quinta regia di Dolan è struggente, cinema allo stato puro. Il cambiamento da 4:3 a 16:9 gioca con la magia del cinema, dà alla realtà filmica un look estremamente realistico con materiale da sogno, si avvicina ai suoi personaggi toccandoli nell’’anima e dando agli ultimi minuti un sapore totalmente diverso dai precedenti.

Non è più un film, è la vita di tutti i giorni, è il terrore di una madre e l’infinita tristezza di un mondo affogato nella burocrazia e nelle regole sociali, approvate da un organo governativo o meno, dimentiche della semplicità degli affetti. Xavier Dolan a soli 25 anni non riesce a smettere di essere un regista straordinario e l’’Italia di essere in grave difetto a non aver mai distribuito un suo film in sei lunghi anni di applausi.

Fausto Vernazzani

Voto: 5/5

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