Il sol dell'avvenire

Il sol dell’avvenire (Gianfranco Pannone, 2008)

Il sol dell’avvenire getta luce sul passato.

Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola.

Leo Longanesi

Alla periferia reggiana la proprietaria di una vecchia trattoria del luogo, Da Gianni, apparecchia il tavolino centrale di un grande salone. Ha una prenotazione per cinque persone che conosce bene, cinque amici che non si vedono da tempo ed erano soliti ritrovarsi lì, invitati sul luogo da un regista curioso di conoscere l’esito di una rimpatriata assai particolare.

Montato il set, giungono gli astanti da diverse parti d’Italia e esperienze di vita. Non sono cinque uomini di mezza età qualsiasi, benché così possa sembrare dai loro modi, dagli abbracci e le prime domande che si scambiano dopo tanti anni senza essersi visti. Sono Alberto Franceschini, Roberto Ognibene, Tonino Loris Paroli, tre ex BR, Paolo Rozzi del PD locale e Annibale Viappiani della FIOM.

Si erano conosciuti a Reggio Emilia, città medaglia d’oro della Resistenza, l’anno è il 1969: trenta giovani militanti comunisti lasciano il PCI accusato di aver tradito gli ideali della Resistenza, con altri ragazzi provenienti dalle aree ideologiche più eterogenee costituiscono l’Appartamento, un luogo fisico in cui ritrovarsi per progettare una comune rivoluzione e da cui nasceranno le Brigate Rosse.

Nell’agosto 1970 infatti da tutto il Nord Italia arrivano a Reggio vari esponenti della sinistra eversiva per quello che è un vero e proprio convegno segreto che si tiene nella stessa trattoria, che sancisce la fine della Sinistra Proletaria e del Gruppo dell’Appartamento e, riconoscendosi nelle figure di Renato Curcio, Alberto Franceschini e Margherita Cagol, decide di passare alla lotta armata.

Dopo anni da quella riunione, nella stessa trattoria si ritrova chi non entrò in clandestinità, chi non rinnega nulla, chi uscì di carcere per effetto della legge sui collaboratori di giustizia, per fare un po’ di conti in casa e capire come nacquero le Brigate Rosse

Il Sol dell’avvenire di Gianfranco Pannone è affatto rigoroso per precisa scelta narrativa, corre a briglia sciolta, lasciando agli astanti libertà di parola e anche di pessimo gusto nei confronti delle famiglie delle vittime (“Se avessimo preso il potere, con la testa di cazzo che avevamo, Pol Pot ci avrebbe fatto un baffo”) sapendo che il campione raccolto è insufficiente a una testimonianza che non sia un abbozzo e lasciando ai cinque il compito di una rievocazione e un confronto ideologico a cinquant’anni dall’origine dei fatti, toccando anche punte drammatiche (in particolare quella del Triangolo della Morte).

Delle altre vittime non si fa menzione, ma ci pensa il regista con una carrellata fotografica finale, accompagnata (come per l’introduzione e la parte centrale) dalle canzoni degli Offlaga Disco Pax, una sorta di risarcimento filmico complementare all’evasività sul tema dei cinque.

Se da Corrado Corghi, ex dirigente Dc, esponente del cattolicesimo del dissenso che frequentò i ragazzi dell’Appartamento, proviene una rievocazione dei fatti meno autistica, il film  si concede anche sottotemi interessanti come quelli resistenza partigiana reggiana, attraverso le testimonianze di Adelmo Cervi, figlio di Aldo, uno dei sette fratelli trucidati dai nazisti, in un ritratto di provincia ribelle efficace e che non calca mai la mano alla retorica, anzi si fa d’una leggerezza poetica, benché i fatti e i morti siano pesanti come macigni.

La realizzazione del film ha avuto un percorso difficile, essendo stato fortemente osteggiato dalla politica e le istituzioni locali e nazionali, perché, come sostiene il regista Gianfranco Pannone, la verità è che nella sinistra italiana è ancora difficile ammettere che le Brigate Rosse, con la loro drammatica parabola, siano figlie dell’idea socialista di un mondo migliore per tutti. Evidentemente il sogno di palingenesi che è nel dna della sinistra, non le permette di liberarsi di una visione tutta virtuosa del proprio credo ideologico.

Se la caratterizzazione dell’hinterland reggiano è poetica ed efficace, quella del gruppo dell’Appartamento è originale ma impalpabile. Resta infatti il rammarico di aver offerto ai cinque un pranzo nostalgico e poco più, il cui esito unico è una visione troppo virtuosa dei fatti che tocca punte di orgoglio postumo anche imbarazzanti, come peraltro accade con tante banali nostalgie di mezza età davanti alla compagnia degli amici dei bei tempi andati e un po’ di vino rosso. A una nostalgia non banale si poteva e si doveva chiedere di più.

Nonostante l’occasione tanto ghiotta tanto sprecata, resta comunque un documento interessante per tutti gli appassionati di quel periodo storico che aggiunge poco a ciò che già si sapeva.

Luca Buonaguidi

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