Venezia71: La vita oscena (Renato De Maria, 2014)

di Victor Musetti.

Dodici anni dopo il film di culto Paz! Renato di Maria torna in grande stile con un progetto atipico, coraggioso e orgogliosamente low budget. Presentato a Venezia nella sezione Orizzonti tra fischi e applausi La vita oscena è l’adattamento in immagini dell’omonimo romanzo autobiografico del poeta-scrittore Aldo Nove. Una produzione difficile e dalla lunga e travagliata gestazione, portata a termine soprattutto grazie agli sforzi e al coraggio di Riccardo Scamarcio e Isabella Ferrari (entrambi qui in veste di co-produttori) che di fronte a una trasposizione per niente facile e con un budget di soli 650’000 euro hanno deciso di mettersi in gioco prendendosi un rischio non da poco.

La vita oscena prende come sfida quella di tradurre in immagini per il grande schermo il linguaggio poetico e molto poco narrativo di Aldo Nove. Di certo non deve aver aiutato la sua presenza in qualità di co-sceneggiatore, cosa a cui si deve molto probabilmente la scelta pesante e anche un po’ suicida di far raccontare il 90% del film a un’onnipresente voce off (a prestarla è l’attore Fausto Paradivino). In questo modo gli attori non parlano praticamente mai e tutto quello che vediamo è un susseguirsi di immagini come in un flusso di coscienza senza che si riesca mai ad entrare veramente nel vivo dell’azione.

Il risultato è un lavoro alla stregua di un videoclip di 90 minuti, che trova i suoi punti più deboli soprattutto nella prima parte, quella in cui si viene introdotti alla storia di Andrea (Clément Métayer, scoperto di recente nel bel  Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas), un adolescente cullato come un infante dalla propria vita familiare che si trova a dover fare i conti con la malattia della madre (Isabella Ferrari) e la prematura scomparsa del padre (Roberto De Francesco). In questa parte, che dovrebbe essere la più forte dal punto di vista emotivo, il film traballa parecchio e, nel tentativo di mostrarci che la famiglia è felice con corse nei campi e continui scambi di sorrisi totalmente decontestualizzati, si sfiora il ridicolo a più riprese.

La vita oscena

Dove invece il film si risolleva notevolmente è nella seconda parte, quella in cui Andrea, rimasto orfano e deciso a dedicarsi alla scrittura, si abbandona alle droghe e al sesso spregiudicato. È il momento in cui Renato De Maria può dare maggiormente sfoggio delle sue capacità, anche e soprattutto grazie ad uno straordinario Daniele Ciprì alla fotografia, capace con alcuni colpi da maestro di tirare fuori alcune delle immagini più memorabili che si siano viste in un film italiano da tanto tempo a questa parte. Con la scusa di mettere in scena una sequela di amplessi tra transessuali e sadomaso si assiste ad una serie di immagini sorprendenti che diventano terreno fertile per tante belle idee e soluzioni registiche interessanti.

Insomma, La vita oscena è senz’altro un film facile da odiare. C’è da dire però che il trattamento di sufficienza e snobismo con cui è stato liquidato da buona parte della stampa fa riflettere sul rispetto e la considerazione che viene riservata al cinema indipendente in Italia. In realtà La vita oscena è un film visivamente sorprendente che, nonostante tutti i suoi difetti, mostra anima e passione nel numero incredibile di idee che contiene al suo interno. Molto del merito va dato a Clément Métayer, capace con pochissimi strumenti a propria disposizione di dare empatia e personalità ad un personaggio che sarebbe facilmente risultato piuttosto anomalo. Se non altro Renato de Maria ha dimostrato di essere ancora un regista unico nel suo genere e di non volersi far dimenticare tanto facilmente. Noi intanto lo aspettiamo al prossimo giro.

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