Venezia71: Sivas (Kaan Müjdeci, 2014)

di Arturo Caciotti.

Siamo in Anatolia, in un paesino rurale perso tra le colline dove pascola il bestiame. Un bambino, di nome Aslan, trova e accudisce Sivas, un cane sopravvissuto per miracolo ad una lotta clandestina, ma la famiglia lo convincerà a riportarlo a combattere.

Un piccolo racconto di formazione interrotta, questo è Sivas, film turco di Kaan Müjdeci in concorso alla Mostra di Venezia e probabilmente sottovalutato dalla critica. Si tratta davvero di un buon lavoro, elaborato su un registro sempre sotto tono e raccontato da una camera a mano, un po’ alla Dardenne, che dona un’atmosfera di quotidiano e realismo molto efficace, sempre coerente con le proprie intenzioni.

È un film forte, minimalista ma crudo, assoluto, senza vie di fuga, come testimonia il finale, tragicamente glaciale. C’è un protagonista giovanissimo, Dogan Izci che pare nato per fare l’attore: regge benissimo i primi piani, e sa recitare al meglio nei momenti più calmi come nelle occasioni in cui si agita e si arrabbia (vedi lo splendido litigio con padre e fratello). Il Premio Mastroianni dovrebbe essere suo.

Sivas

Attraverso la storia dei cani, che, come dice il padre del piccolo Aslan, vengono nutriti dall’uomo e in qualche modo devono sdebitarsi (sfidandosi nelle lotte clandestine), Sivas fa intuire come nella società che vuole raccontare l’ordine prestabilito è una condizione totalmente arbitraria elaborata per proprio comodo, con una serie di giustificazioni che mirano a rendere civile ciò che civile non è. Far vedere il tutto dagli occhi di un bambino, con i suoi problemi di crescita e di interazione coi coetanei (smetterà di andare a scuola perché  nella recita di Biancaneve gli è stato assegnato il ruolo di nano e non di principe), e che vede la realtà che lo circonda col candore e la problematicità radicale di chi non ha ancora sovrastrutture mentali, è una scelta ottima e coinvolgente per il pubblico. Funziona tutto abbastanza bene, insomma.

Certo, il film ha dei limiti in fase di costruzione drammaturgica, e in ogni caso non è un lavoro che forse colpisce come dovrebbe, ma bisogna far rientrare le osservazioni nella coraggiosa scelta di Müjdeci di eliminare musiche ed eccessi drammatici, alla ricerca di un istinto al conflitto giustificato che apparisse il più “vero” e radicale possibile. Polemiche per le lotte tra cani, in effetti piuttosto impressionanti, ma il regista ha assicurato che nessun animale ha sofferto.