Good Kill (Andrew Niccol, 2014)

di Arturo Caciotti.

Good Kill: propaganda vittimista da Andrew Niccol

La guerra in Afghanistan non si combatte più sul campo o dall’alto di un aereo, le nuove tecnologie hanno portato a dei droni che, comandati a distanza con una sorta di joystick dalla base, si muovono e sganciano missili contro gli obiettivi (i terroristi). Il Maggiore Thomas Egan/Ethan Hawke è un ex-pilota di caccia, che ora lavora davanti ad uno schermo che mostra la visuale del drone: lui guida quest’ultimo e va a colpire i nemici pericolosi. Ma con il passare del tempo e degli incarichi, appare sempre più in difficoltà nell’accettare il suo ruolo “privo di emozioni”, mentre gli obiettivi da eliminare coinvolgono troppo spesso civili, donne e bambini all’interno del “rischio calcolato”.

Regista abbonato alla fantascienza, forse più bravo a scrivere che a dirigere i film, Andrew Niccol si presenta a Venezia con quello che è, senza dubbio il suo lavoro peggiore. Good Kill è un film oltremodo pessimo, sia dal punto di vista dell’intrattenimento che del messaggio che alla fine dà, tanto giustificazionista e patriottico da somigliare molto ad un film di propaganda.

“Il pericolo è diventare come loro, come i terroristi. Noi americani non dovremmo diventarlo”. Sembra un po’ questa la strana e fuorviante morale di Good Kill, in cui i soldati americani hanno abbandonato gli aerei e il piacere del pericolo (ma stiamo parlando di una terribile guerra contemporanea, o no?), e si comportano come i disumani terroristi che uccidono civili e innocenti per la loro brama di distruzione: lo scenario messo in moto da Niccol va a intaccare l’etica di una strategia così fredda e crudele, e fin qui niente di male, ma l’alternativa che pare porre è comunque quella della guerra sul campo. Una morale sconcertante, anche se ammorbidita e nascosta dietro alla sofferenza del protagonista con annessa (che originalità) disgregazione del nido familiare, che dovrà ovviamente ricongiungersi nel finale.

Il regista (che è anche produttore e sceneggiatore) avrebbe potuto creare un gioco, molto interessante, sulla perversione e la violenza dell’audiovisivo interattivo, una sorta di volontà di potenza moderna che funge da scarico per frustrazioni dell’uomo, in piccolo, e della società, in grande. Invece, niente di tutto questo, la somiglianza delle modalità di comando del drone con quelle di un videogioco si estinguono nel fatto che i nuovi selezionati per il programma siano proprio degli assi dei videogame (scelta non del tutto credibile, comunque: si tratta di un dipartimento dell’esercito, e il comando del drone non richiede particolari abilità, dato che punta l’obbiettivo con mirino autonomo e l’esecutore deve soltanto premere “missile”).

E se già Good Kill era molto, molto brutto di suo, con un Ethan Hawke poco convinto, una trama approssimativa e un messaggio ambiguo, si arriva agli ultimi 5-10 minuti. E qui il disastro è completato nel più tragicomico finale possibile, che accusa definitivamente il musulmano e il suo rapporto con la donna (nel modo più stereotipato possibile), ed esalta lo statunitense come salvatore del popolo afghano dai mostruosi terroristi in casa loro. Così, una guerra è giustificata nella maniera ideologicamente più faziosa e propagandista, ma è giustificata anche la guerra in generale, purché sia combattuta da “veri uomini”, sul campo di battaglia. Tralasciando, tra l’altro, il fatto che sganciare bombe e missili da un aereo non è poi così diverso dal farlo a distanza, in un ufficio.

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