Venezia71: Fires on the Plain (Shin'ya Tsukamoto, 2014)

di Arturo Caciotti.

La Seconda Guerra Mondiale sta finendo, alcune truppe giapponesi si trovano su un isola in attesa di nuovi ordini. Tamura è un soldato ammalato, respinto dal proprio plotone e costretto a vagare tra ospedali e fuoco nemico. Alla fine sarà uno dei pochi a sopravvivere all’offensiva finale degli americani, ma tra i pochi superstiti giapponesi regna la fame e la paura, tanto da spingerli al cannibalismo.

Che Shin’ya Tsukamoto sia un regista che sa osare è cosa nota (Tetsuo: The Iron Man, Tokyo FistKotoko), e Nobi (Fires on the Plain) non fa eccezione. Sia a livello registico che narrativo, ciò che regna è l’anarchia visiva: il regista giapponese rinuncia a ogni rigoroso precetto di continuità narrativa e, soprattutto, di montaggio, con l’intento di creare un grande universo di puro caos, dove persino il pubblico fa fatica a tenere il passo delle immagini e della storia.

L’effetto che Fires on the Plain fa è proprio questo, frastorna e confonde lo spettatore in una assurda orgia di morte, sangue, follia e corpi putrefatti, senza risparmiarsi particolari di arti spezzati, teste maciullate, interiora e vermi, e senza concedere respiro alla narrazione, sempre più discontinua, frammentaria e sopra le righe ogni minuto che passa.

Con questo delirio incontrollabile ed estremo, Tsukamoto vuole scendere alla ricerca dell’origine istintiva e bestiale dell’uomo che lo porta a fare la guerra. Anche il cannibalismo, che gli amanti dello splatter troveranno entusiasmante, in realtà non è altro che la radicale rappresentazione visiva di quell’atroce odio che porta gli uomini a spararsi addosso: l’uomo crudele ambisce a sopraffare completamente i suoi simili, in un processo mentale e fisico che trova il suo corrispettivo più drastico nel morderlo, masticarlo e ingerirlo, distruggendolo per sempre e alimentando ancora la propria energia vitale.

E se gli “uomini crudeli” sono coloro che progettano le guerre, anche gli onesti e gli umili finiscono per essere inclusi in questo diabolico girone infernale del più forte, venendo semplicemente posti nella situazione di scegliere: o me o loro. Con questo non si deve pensare che il film sia un “mattone” antimilitarista, anzi, è una pellicola appassionante e travolgente, senza un attimo di respiro e meravigliosamente sgradevole. Alla fine, paradossalmente, ciò che inquieta più del sangue e della violenza, è quel rarefatto sentore di morte e disperazione che aleggia costantemente sulle teste dei soldati, rinchiusi in un mondo spietato dove i toni grotteschi e surreali annullano i confortanti riferimenti d’interazione sociale e disperdono l’umanità nell’incomprensione e nella diffidenza. Ci sono dei fuochi (quelli del titolo, Fires on the Plain) che rimangono dei misteriosi sentori di un’imprecisata predestinazione al lutto e che non possono non ricordare quelli dell’incipit di Apocalypse Now, c’è un po’ di rabbia carnivora alla Deodato, e tutti quei piccoli elementi, tendenti al macabro e all’eccesso, che non scontenteranno i fan di Tsukamoto.

Certo, il film non raggiunge i picchi espressivi di altri suoi lavori, non tutto ciò che accade ha la sua quadratura all’interno del discorso cinematografico (e in novanta minuti scarsi ne accadono di cose), ma resta il fatto che Fires on the Plain sia una bella eccezione in questa Mostra, un film che non potrà lasciarvi di certo indifferenti.

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