Venezia71: Manglehorn (David Gordon Green, 2014)

di Arturo Caciotti.

A. J. Manglehorn è anziano, vive solo con un gatto che adora, e lavora ancora come ferramenta. Ha un matrimonio fallito alle spalle, un figlio con una carriera di successo e un amore giovanile che vorrebbe ritrovare. Ma c’è anche una bella donna che lo corteggia, e per lui è forse arrivato il momento di fare una scelta decisiva per la propria vita.

Riciclare le vecchie star per fargli fare il ruolo di, per l’appunto. “vecchie glorie”, è una forte tendenza del cinema contemporaneo, ma per fortuna Manglehorn non decide di seguire del tutto questa già stantia moda. Al Pacino è sì vecchio, e un po’ malinconico, ma quantomeno non è un gangster in declino: soltanto un uomo comune che una volta era considerato da tutti come un modello di vitalità e carisma.

La prima trovata di David Gordon Green (e forse l’unica davvero interessante) è proprio quella di costruire il passato del Nostro soltanto attraverso le parole di altri personaggi che, prevalentemente in sua assenza, ne tessono le lodi ricordando i bei vecchi tempi in cui era un vincente e affascinava tanti ragazzi a cui insegnava a giocare a baseball. In questo modo, il poliedrico regista di film come Strafumati e Lo spaventapassere, ma anche di Prince Avalanche e Joe, fa emergere un protagonista quasi mitico, che noi vediamo soltanto come un 70enne come un altro ma che, a quanto ci dicono, una volta era diverso. È senz’altro un intelligente stratagemma che gioca con l’illusione di cinema e sceneggiatura, permettendo allo spettatore di immaginare il “suo” protagonista.

In più, quest’ultimo è caratterizzato con un certo acume: non è un supereroe caduto, e, anzi, è un uomo scorbutico senza grandissimo fascino, in varie occasioni piuttosto sgradevole e inopportuno. Certo, è assolutamente un brav’uomo che si cura di chi ha intorno, ma la sua ossessione per il vecchio amore perduto lo appiattisce in una irritante dimensione d’attesa perenne che lo porta quasi a sottovalutare il mondo circostante, mai all’altezza di quella donna, o meglio dle ritratto idealizzato che ha di lei, grande ricordo di bei momenti andati.

Nonostante questi aspetti positivi, Manglehorn è in fondo poca cosa, troppo pretenzioso nei momenti riflessivi (voce off un po’ tediosa e poco suggestiva) e approssimativo in quelli più lirici (per imitare Nicolas Winding Refn non bastano ralenti, musiche elettroniche e bassi, e luci e al neon), e il tutto rispettando fin troppo fedelmente le “regole” della commedia dolce-amara. Nel finale c’è una piccola evoluzione, non del tutto imprevedibile, che dona comunque al film un tocco di freschezza e una chiusa surreale molto graziosa: insomma, è un film che si guarda volentieri ma che si può anche tranquillamente perdere.

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