Venezia71: Hungry Hearts (Saverio Costanzo, 2014)

di Arturo Caciotti.

Mina e Jude si sono conosciuti in un bagno di un ristorante cinese, rimasti bloccati lì per la rottura della maniglia. È nato un amore, si sono sposati e ora hanno un figlio, ma le attenzioni della madre hanno qualcosa di strano: sicura dell’inaffidabilità dei medici, cresce il bimbo senza fargli mangiare mai carne e proteine, soltanto verdure e intrugli vari che minano seriamente la salute del piccolo. Jude non sa più come fare, e i rapporti interni della famiglia cominciano a incrinarsi.

Dopo La solitudine dei numeri primi e la parentesi televisiva di In Treatment, Saverio Costanzo torna a dirigere Alba Rohrwacher, e la affianca ad un astro nascente come Adam Driver in un’ambiziosa produzione internazionale. Ambientato a New York, Hungry Hearts è il racconto di un quasi inspiegabile dramma familiare, generato da un’ossessione assurda e incontrollabile che crea una strana e ambigua conflittualità tra i due genitori.

L’aspetto più interessante del film, che non è certo esente da difetti, è proprio quest’idea di rivalità inconscia tra i due genitori per l’affetto e la cura (quasi il possesso) del figlio. In particolare è intrigante e inquietante l’idea di proporre una figura materna che, volontariamente o meno, aspira ad incatenare e perfino uccidere la propria creatura, la propria creazione, come se fosse terrorizzata a tal punto di vederla lontana da sé, la creatrice, da preferire l’annullamento della stessa. Con un geniale grandangolo, Costanzo va a deformare il corpo di Mina allungandole le braccia in due lunghi e sottili “tentacoli”, mentre sussurra “my love..” al piccolo: probabilmente il miglior guizzo dell’intera pellicola.

Come dicevamo, è fondamentale la caratterizzazione di Mina (una brava Rohrwacher), che da un certo punto di Hungry Hearts si evolve (anche un po’ troppo bruscamente) in una sorta di strega alienata dalla realtà, col suo sguardo rassegnato e quasi consapevole dell’imminente tragedia, e con le sue “pozioni” che rifila al bambino per “farlo digerire meglio” dopo ogni pasto.

Se questo è il punto di forza dell’opera (bravo anche il co-protagonista Driver, spontaneo e simpatico a pelle), troviamo vari momenti in cui il meccanismo filmico si inceppa, sia nel cambiamento troppo arbitrario di Mina (mai giustificato nel film) che nella scelta del registro, una via di mezzo tra surrealismo e pretesa di credibilità delle vicende: Costanzo non si sbilancia più di tanto, e tranne alcuni ottimi momenti al confine con l’onirico (vedi grandangolo di qualche riga sopra), rimane un po’ indeciso e incastrato, così che molti avvenimenti sono poco credibili o non spiegati, ma senza quel tono sopra le righe che convincerebbe lo spettatore a non pretendere chiare spiegazioni.

Con un finale drastico, ma un po’ macchinoso, abbiamo infine un film non perfetto e vagamente compiaciuto, ma bisogna anche evidenziare la capacità di girare con personalità e con uno spirito in qualche modo “internazionale”, non ancorato agli stilemi stantii del cinema italiano attuale.

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Un pensiero su “Venezia71: Hungry Hearts (Saverio Costanzo, 2014)

  1. Io ho apprezzato molto il film di Costanzo. Personalmente non ho notato un brusco cambiamento dell’atteggiamento del personaggio interpretato dalla Rohrwacher. Fin dall’inizio è un personaggio problematico, distaccato, emarginato. Il tipo di patologia di cui soffre aveva bisogno di qualcuno indifeso, facilmente soggiogabile, per esplodere. Lo trova nel figlio ma, soprattutto, non ha nessuno che la argini e la riconduca su una strada che le permetta la corretta percezione di ciò che la circonda e, quindi, anche delle sue responsabilità di madre.

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