Venezia71: Anime nere (Francesco Munzi, 2014)

Anime nere calabresi – di Arturo Caciotti.

Calabria. Una famiglia della ‘Ndrangheta, che controlla un redditizio traffico di coca, si ritrova a dover fronteggiare l’offensiva di una banda nemica. All’interno del clan di malviventi, tre fratelli e tre storie diverse: il maggiore cerca di distanziarsi dagli altri per dare una prospettiva diversa al giovane figlio, un altro è un piccolo boss arricchitosi grazie alla coca ed emigrato a milano, e un terzo più posato e razionale, mente e organizzatore di ogni manovra.

C’è poco da fare, in questo difficile momento storico-culturale, l’unico filone cinematografico italiano che sta dando buone e costanti soddisfazioni è quello del thriller/dramma in contesto mafioso.

E Anime nere di Francesco Munzi, rientra a pieno titolo in questa promettente categoria, riuscendo anche ad avere una discreta personalità e a creare un universo originale e interessante: non è una (brutta) copia di Gomorra, come ha già insinuato qualcuno, ma è in realtà qualcosa di più.

Gomorra a parte

È chiaro che il grande film di Matteo Garrone può aver influito su alcune scelte strutturali, ma è altrettanto vero che Anime nere sa prendere con coraggio la sua strada, e lanciarsi in uno sviluppo noir che sa un po’ di classico americano e un po’ di nuovo gangster-movie pop.

Regia e sceneggiatura (Munzi, Maurizio BraucciFabrizio Ruggirello) sono calibrate benissimo, sempre mantenute su un regime leggermente sotto tono, dai contorni sfuggenti e dal contesto particolare, senza luogo e senza tempo, quasi si trattasse di una tragedia greca o di un incubo shakespeariano.

I criminali si aggirano per le campagne calabresi tra case diroccate e greggi di capre, che poi abbattono tagliando loro la gola con la solennità di un antico rituale, e combattono e temono un nemico a noi invisibile, che non si manifesta mai troppo chiaramente.

Anime nere

In un’atmosfera crepuscolare e bluastra, le vite e i contrasti tra i fratelli (Marco LeonardiPeppino MazzottaFabrizio Ferracane) sembrano concentrare su di sé l’attenzione dell’intero universo, anche perché di tutto il mondo intorno a loro abbiamo appena la percezione, mentre sulle loro teste aleggia la pesante e semi sacra ombra del padre, evidentemente il perno che ha generato il clan.

Le colpe dei padri

E infatti quello di Munzi è un film sui padri e sulla paternità, sulla discendenza della colpa e sulla necessità di accollarsela o espiarla, a seconda dell’impronta paterna che vogliamo dare a noi stessi: è, dunque, una di quelle pellicole (purtroppo rare in Italia), che sfruttano la realtà, rispettandola, ambendo però poi a costruire un concetto più ampio, che dal particolare si evolve ad universale.

Potremmo chiamarlo un film politico, ma se intendiamo la politica nel senso più stretto delle interazioni tra gli uomini, dato che più dell’aspetto di critica sociale e civile noteremo una grande e lucida rivelazione sulla necessarietà di una presa di posizione, e di una coscienza morale nei confronti di coloro che verranno dopo di noi.

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