Venezia71: 99 Homes (Ramin Bahrani, 2014)

di Arturo Caciotti.

Dennis è un giovane operaio, vive con il figlioletto e la madre in una villetta da tanti anni, ma quando la banca pignora tutta la proprietà, per i tre sarà necessario un netto cambio di rotta per sopravvivere. Dennis, dopo una titubanza iniziale, accetta un lavoro proprio dallo spietato imprenditore che ha ordinato lo sfratto, e rischierà di finire invischiato su diversi livelli in un sistema corrotto più grande di lui.

Andrew Garfield. Difficile trovare un altra motivazione che abbia spinto gli organizzatori a includere 99 Homes nel concorso della Mostra del Cinema di Venezia. Si tratta di un film su cui in fondo non c’è così tanto da dire, è un classico drammone di formazione che punta a commuovere con la denuncia a sfondo politico. C’è tutto ciò che ci si può aspettare: i soprusi del potere, le ingiustizie commesse da coloro che governano il traffico di denaro, la gente onesta che soffre e che, anche se poi sbaglia, alla fine si redime perché ha qualcosa che i cattivoni capitalisti non hanno: i sentimenti.

99 Homes

Ecco, lo spartito è più o meno questo, e pur passando oltre alla perfida astuzia di prendere la star giovanile del momento e dargli il personaggio proletario e vittimistico (ormai è uso nel cinema odierno), ci si dovrebbe aspettare un minimo di sostanza, di carattere o di incisività da un film dalla costruzione così canonica, e invece niente. Il regista Ramin Bahrani aveva dimostrato di saper girare film di questo tipo con un minimo di grazia e complessità (At Any Glory, con Dannis Quaid e Zac Efron, non era un capolavoro ma nemmeno brutto), mentre stavolta si adagia sul sicuro: americanata un po’ spaccona e fintamente provocatoria, Laura Dern come mamma e Garfield come figlio, un po’ di alone patetico, e via la paura. L’ex-Spiderman dimostra, in più, di faticare parecchio a sostenere un ruolo così onnipresente e centrato, e il collega Michael Shannon appare nettamente una spanna sopra.

La dinamica del nido familiare come unico luogo adatto alla felicità (un nido furbescamente amputato della figura della compagna del Nostro, giusto per creare un’idea di “nucleo di periferia che fatica ma nonostante tutto tira avanti”) è l’apoteosi dell’archetipo filmico americano, ma Bahrani (che americano non è) non riesce neanche a dargli una sfumatura contraddittoria e conflittuale: tutto inizia da lì, e tutto lì deve tornare, nella casa. Il lavoro serve a questo, nobilita l’uomo e non dovrebbe imbruttirlo: ma purtroppo questo non è un film dei Dardenne.

E quando, sul finale, affiora una piccola riflessione abbastanza interessante sul valore assurdo e in fondo fragile della burocrazia, ecco la scena madre, anche piuttosto prevedibile, che scongiura ogni speranza di una conclusione dignitosa.

Se ci è concessa un po’ di polemica, ripetiamo: forse c’è stato spettacolo sul red carpet, ma in sala ne abbiamo visto ben poco.

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