Venezia71: Takva Su Pravila (Ongnjen Svilicic, 2014)

di Arturo Caciotti.

Nei sobborghi di Zagabria, una coppia di mezz’età trascorre una vita tranquilla, monotona e un po’ grigia, e quando il figlio adolescente torna a casa ferito in volto, accettano l’idea di una scazzottata tra ragazzi e lasciano passare la cosa senza troppe preoccupazioni. Ma sottovalutare la situazione non sarà la mossa migliore per le loro vite.

Presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia, Takva su pravila (These Are the Rules) viene dalla Croazia ed è freddo come una nuvola prima della pioggia. Ognjen Svilicic ci racconta di un dramma familiare scegliendo la via di esposizione più asettica e glaciale che si possa ideare: palazzi grigi, cielo coperto e sguardi tristi fanno da ambiente a rapporti umani faticosi e inesorabilmente bloccati da una routine e un malessere esistenziale che riduce i personaggi ad indossare una maschera di movimenti e azioni meccaniche tendenti sempre ad un vago straniamento, come se nessuno di essi fosse sul posto con mente e cuore.

Takva su pravila

Ecco, il dilemma di Takva su pravila sta qui: quanto la costruzione di questo discorso espressivo accoglie in sé lo spettatore, per farlo immergere in questo desolante universo e capire realmente la funzione di ciò che sta vedendo sullo schermo? Di fatto, il messaggio non arriva forte e chiaro, e allora possiamo vederla in due modi: il film è così rinchiuso in sé stesso da respingere il pubblico anche dalla comprensione totale dei sentimenti dei Nostri, oppure il regista non ha fatto bene il suo lavoro, non è riuscito ad esprimere ciò che voleva. Difficile dire quale sia la “risposta” giusta, forse perché, in fondo, Takva su pravila, è un film che ha più da suggerire che da dire, e appare infine come un lavoro poco compiuto, a metà strada tra le due strade poco fa indicate.

L’alienazione dei genitori e l’agghiacciante pacatezza che li contraddistingue è uno stratagemma per la verità piuttosto programmatico e arbitrario, e tutto l’apparato visivo e narrativo ha più l’aspetto di un artificio che di una reale ispirazione in fase di scrittura.

Il problema principale sta dunque qui, nella poca credibilità che affidiamo al realismo creato da Svilicic, che pur mette in scena frammenti quotidiani e qualche momento completamente svincolato dalle logiche narrative (squilla il telefono, è solo un offerta per la bolletta telefonica), non ci dà l’impressione di averlo fatto secondo un calibrato processo di elaborazione ambientale, ma più che altro come piccolo trucchetto per dare quell’impressione di quotidianità che per la verità ci convince poco.

Che dire del finale? Una rottura, comunque meno netta di quanto vorrebbe far credere, con quanto eravamo abituati a vedere precedentemente, una piccola esplosione di rabbia che ha forse lo scopo di esorcizzare per un po’ il malessere e continuare a vivere in una mesta e tranquilla dimensione sospesa di questo non-essere.

Takva su pravila lascia interdetti, ma più per l’incomprensibilità di un progetto cinematografico simile, che per contenuti sorprendenti.

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