Venezia71: Ghesseha (Rakhshan Benietemad, 2014)

di Arturo Caciotti.

Siamo in Iran. Storie di donne, amori spezzati e violenza si intrecciano sullo sfondo di una società ed una cultura che fatica ad ammettere del tutto la forza del genere femminile, ma che non riesce più neanche a controllarla del tutto.

Leggendo questa breve (ma, duole dirlo, esauriente) sinossi, cosa vi aspettereste da Ghesseha? Stile semi-documentaristico, tante chiacchiere e un po’ di impegno sociale? E invece… E invece sì, purtroppo, è proprio così: Ghesseha somiglia più ad uno stereotipo che ad un’opera vera e propria, un lavoretto da festival che si potrebbe superficialmente etichettare come “furbo e programmatico”. Probabilmente l’elaborazione che c’è dietro al film di Rakhshan Benietemad è invece un po’ diversa, dato che è stato girato da una regista-simbolo di un cinema di denuncia (per lo più al femminile, ma non solo) in Iran, ma ciò che arriva ad un pubblico non direttamente coinvolto è una cronaca già vista travestita maldestramente da film d’autore, senza avere i presupposti creativi per andare oltre alla semplice evidenza di ciò che vediamo passare sullo schermo.

Ghesseha

Per quanto si possa rispettare l’intento di Benietemad, non possiamo certo giudicare un film per come “vorrebbe essere”. Ghesseha è un collage anonimo di storie magari interessanti, ma rese con una verbosità ridondante e chiusa in sé stessa che non può in nessun modo impressionare lo spettatore, e tanto meno stupirlo o ammaliarlo dal punto di vista visivo (aspetto troppo sottovalutato in film di questo tipo: parliamo pur sempre di cinema, di immagini!).

Sostanzialmente, dunque, Tales (questo il titolo internazionale) non è né carne né pesce, né film-denuncia né arte, né “neorealismo” né documentario. C’è un reparto attoriale discreto, una sceneggiatura faticosa e, in generale, un senso di auto-giustificazione per ogni pecca cinematografica (dalla fotografia alla regia, piuttosto scialba) che potrebbe essere certo una sensazione, ma potrebbe anche derivare dalla convinzione della legittimità degli argomenti trattati: sfugge lo scopo di girarci un film e perché non, ad esempio, una raccolta di racconti o un romanzo.

Concludendo, Ghesseha è un film che non convince, ma è impostato su un canovaccio comunque coerente con sé stesso che non lo può classificare come disastroso. Ma, per noi, assolutamente perdibile.