Venezia71: Reality (Quentin Dupieux, 2014)

di Arturo Caciotti.

Una bambina trova una videocassetta dentro lo stomaco del cinghiale ucciso dal padre cacciatore, un umile cameraman progetta un film di fantascienza con televisori assassini ma il produttore vuole un gemito di dolore perfetto prima di iniziare a girare, un conduttore di un programma che dirige le interviste vestito da ratto è affetto da una strana irritazione epidermica che lo costringe costantemente a grattarsi, un regista geniale sta realizzando un film d’autore pieno di insospettabili sorprese. In Reality le storie si mescolano, come in un sogno, e i personaggi si incontrano in un crescendo sempre più folle.

Regista dalle tendenze trash e anche deejay (con lo pseudonimo di Mr.Oizo), Quentin Dupieux ha detto addio al proverbiale buongusto della cultura francese, creando un’universo anarchico e sopra le righe che ha appassionato una discreta fetta di pubblico e critica. Arriva ora a Venezia, nella sezione Orizzonti, con un lavoro leggermente più calibrato ma dalla struttura del tutto sconclusionata, dal quale non si può pretendere certo una grande profondità ma che senz’altro denota una creatività visiva intrigante.

Il film è un “divertissement”, tanto per il pubblico quanto per il regista, una sorta di Charlie Kaufman più buzzurro e molto meno ambizioso e riflessivo: seguendo un ottimo climax ritmico che mischia sempre più le carte in gioco fino all’assurdo exploit finale, Dupieux ci dà perfino la vaga sensazione che tutto questo caos di intersezioni tra storie, sogni e finzione (il film che il regista geniale, Zog, sta girando, entra continuamente a contaminare il reale) possa avere un suo piano dietro, se non un senso logico quantomeno allegorico. E invece, niente di tutto questo, Reality è una grande farsa dai toni surrealisti che non è né più né meno di quanto possiamo vedere coi nostri occhi: si apre e si conclude del tutto nel solo arco della visione.

Con questo non vogliamo certo sminuire un film comunque godibile e divertente, che pur giocando esclusivamente su una serie di trovate, sono per lo più belle trovate. Non tutte originalissime d’accordo, ma neanche stanche o pesanti, anzi: sono brillanti, fresche e accattivanti, soprattutto se pensiamo all’intuizione di presentarci un cinghiale che ha nel proprio stomaco una videocassetta, metafora simpatica di come l’audiovisivo sia oramai un elemento che fa parte del mondo tanto quanto la natura, dato che un animale onnivoro si è cibato di essa.

Non rimane molto altro da dire su una pellicola che è quasi un esuberante esercizio di stile , privo però di qualsiasi presunzione e per questo cinematograficamente credibile: qualcuno potrà essere entusiasta, qualcun altro irritato: per noi è un lavoro che ha il suo perché, ed è un buon esempio di cinema d’evasione onesto con sé stesso e gustoso nella visione.

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