Venezia71: One on One (Kim Ki-duk, 2014)

di Arturo Caciotti.

Una ragazza è stata uccisa, sono stati dei sicari, incaricati da un losco personaggio politico. Un gruppo di anarchici rivoltosi, stufi di esser perdenti a causa dei soprusi dei potenti, cominciano a rintracciare tutti gli esecutori dell’omicidio per poi torturarli fino a far loro confessare il loro orrendo crimine. Ma la furia del capo del gruppo comincia a far vacillare la fiducia dei suoi compagni, sempre più turbati dalla violenza che sono portati ad attuare e inclini alla pietà.

Cosa è successo a Kim Ki-duk? Ignoriamo se sia una dolorosa elaborazione di coscienza, uno sconvolgimento privato e personale o una drastica presa di posizione socio-politico-antropolgica, ma sembra che per un po’ ci dovremo del tutto scordare il suo “vecchio” cinema, un cinema sì tragico e sofferente, ma delicato e a suo modo dolce e poetico. È paradigmatica, in questo senso, la distanza che si nota tra l’abbraccio uomo-donna con bacio ad un terzo amante in Ferro 3 (2004) e la stessa azione (auto)citata in Moebius: visivamente identiche, ma contestualmente quasi agli antipodi.

One on One

One On One fa legittimamente parte di questa nuova tendenza della carriera del regista sudcoreano, fatta di sangue, violenza e disperazione senza salvezza, ma non ha né l’intensità del comunque sopravvalutato Pieta, né la forza dirompente e glaciale di Moebius: il film vuole parlare della politica e della condizione culturale della Corea del Sud, che sarà “sempre meglio della Corea del Nord” (come dirà uno dei rivoltosi, al culmine dello sconforto), ma non per questo è giusto arrendersi alle ingiustizie di uno Stato che, come del resto tanti altri, mette il proprio comodo davanti alle esigenze del popolo. Il tutto è però raccontato con un tono critico sin troppo risaputo, piuttosto prevedibile e difficilmente coinvolgente, non certo migliorato dalla scelta di affidare la carica drammatica per lo più alle parole, al dialogo, che espongono in modo troppo schematico e “facile” il conflitto che si crea tra popolo adirato e “sovrano” menefreghista.

Ci sono buoni interpreti, buona regia (elemento abbastanza ovvio) e discreto ritmo, ma mancano proprio i presupposti per un film realmente problematico e profondo: tutto si ferma su “la vendetta provoca solo dolore, la violenza porta solo altra violenza”, con un finale sanguinario, poi, già visto e probabilmente evitabile. Kim Ki-duk si è forse lasciato trascinare da un legittimo sentimento di rivalsa, senza considerare il fatto che al cinema, e da un autore come lui, ci si aspetta qualcosa di più che una morale culturalmente così assimilata e ripetuta da somigliare molto a piatta retorica.

Sarebbe stupido proferire che rivogliamo il vecchio Kim, anche perché ha già dimostrato, anche in questo periodo “oscuro” del suo lavoro, di poter sfornare autentiche perle (è il caso di Moebius), ma senz’altro ci aspettiamo che il suo lato più artistico e, perché no, onirico, riaffiori e prevalga nuovamente nelle sue prossime opere.

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