Penny Dreadful - CineFatti

Penny Dreadful: siamo tutti Vanessa Ives

Un penny dreadful è una forma di narrativa popolare pubblicata in serie su fascicoli sottili, come le dime novel statunitensi. È anche il titolo dato alla serie televisiva ideata da John Logan (Skyfall) e prodotta da Showtime: di sicuro non un caso, vista anche la naturale propensione delle forme del genere horror a dialogare fra loro onde creare un universo, o vero e proprio sistema, di rimandi.

A cominciare dai personaggi, lo show di Logan (ri)porta alla ribalta tutti gli stilemi del gotico: i lampioni a gas immersi nella foschia della Londra vittoriana, le donnacce tisiche e imbellettate nascoste nei vicoli, i fumosi ambienti sotterranei delle cliniche e dei manicomi, la lordura delle strade e dei porti, le storie di fantasmi, l’esotismo d’importazione di coloni e avventurieri. E, naturalmente, i mostri: prima dei freaks, prima degli zombie, prima dei giganti radioattivi. Mostri figli della letteratura – di consumo, ma non per questo al di fuori del campo semantico di bellezza ed eccellenza: eredi di Mary Shelley, Robert Stevenson, Bram Stoker. Vampiri, creature nate da corpi morti riassemblati, licantropi, alter ego demoniaci, che popolano le vie di un’epoca di transizione e trasformazione a cavallo fra due secoli. La popolano e la incarnano.

La prima stagione di Penny Dreadful ricorda l’apertura de Il trono di spade: violenta, fulminea, trainante. Un letterale ingresso nel buio. Dopodiché c’è Vanessa Ives (Eva Green in uno dei suoi ruoli più impegnativi), giovane donna dal fascino diafano e da quella che sembra essere una fervida immaginazione – ragni che sbucano dal muro, crocifissi che si capovolgono, sussurri in lingua egizia. Accanto a lei, il misterioso e austero Sir Malcom Murray (Timothy Dalton) alla disperata ricerca della figlia Mina (omonima all’eroina del Dracula di Stoker). Per ritrovarla i due insieme reclutano Ethan Chandler (un Josh Hartnett in grandissima forma), pistolero americano dal passato oscuro e dal presente posticcio, e il giovane chirurgo Victor Frankenstein (Harry Treadaway), esperto in cadaveri e autopsie particolari. Nel mezzo, il simbolo dello sdoppiamento moderno Dorian Gray (Reeve Carney), la prostituta tubercolotica dal cuore d’oro Brona (Billie Piper) e il misterioso servitore africano Sembene (Danny Sapani), elemento di traino tanto per la trama quanto per l’approfondimento psicologico dei personaggi.

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Mostri e umani si muovono sullo sfondo di eventi trascorsi coperti dalla stessa nebbia che oscura le strade. Il passato è una terra straniera gravida di colpe. Le anime trascinano i loro indicibili pesi su distanze temporali incalcolabili; la loro essenza contraddittoria – anticipando Sigmund Freud nella storia e riprendendolo nel momento creativo – è messa a nudo senza pietà. Ci si affeziona a Vanessa, Malcom, Ethan, Victor, e perfino alla Creatura (Rory Kinnear), amandone la mostruosa umanità. E sapendo (o vedendo) che, da un istante all’altro, la loro essenza muterà o, semplicemente, verrà a scoprirsi qualche altra terribile verità sul loro conto. Dopo un inizio didascalico, per certi versi manualistico, questa è la vera bella sorpresa di Penny Dreadful: l’aver saputo inserire  i miti gotici, tornati centrali al pari di quelli fantasy ed esplosi assieme alla fantascienza in un periodo di radicale rifondazione dei linguaggi mediatici e del rapporto fra cultura  e scienza; l’aver saputo inserire il gotico in un contesto di totale rinnovamento, adatto allo spirito cangiante dell’attualità, alla qualità immersiva e multiforme dell’esperienza audiovisiva di cui anche i personaggi, nel loro costruirsi e svilupparsi, diventano partecipi.

Non  bidimensionale come le scenografie – sapientemente citate – del teatrino dell’orrore del Grand Guignol, né stereotipato come l’elemento fiabesco: il mostro in Penny Dreadful si confonde con l’umano, e l’umano viene caratterizzato dal mostro. Il dibattersi della coscienza, l’interiorità di un’epoca segnata dalla desacralizzazione (la nostra), è lì sul palco, in una valida e ben curata alternativa (costumi di Gabriella Pescucci, fotografia di Xavi Giménez) agli echi di Buffy e alle suggestioni teen – come ricordato da Simone Corami – di The Vampyre Diaries. La serie di Logan insegna che c’è molto da imparare: non solo riguardo a ciò che vediamo e che vedremo, ma anche e soprattutto su ciò che già abbiamo osservato e che crediamo di aver fatto nostro pur non essendoci mai posti una vera domanda in merito.

E la risposta, o una delle tante, è: There is some thing within us all. La prossima stagione, in onda nel 2015, ci dirà qualcosa in più affinché ne comprendiamo la natura. Proprio come per Vanessa Ives.

Francesca Fichera

4 pensieri su “Penny Dreadful: siamo tutti Vanessa Ives

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