Beginners

Beginners (Mike Mills, 2011)

Un tardo e dolce coming out per Christopher Plummer in Beginners.

Opera di Mike Mills, del 2011 e con ampi riferimenti autobiografici, ci racconta della fatica di dover ripartire da capo nella propria vita e della risacca della risata, come ha scritto Majakovskij, ossia del momento esatto in cui la risata, giunta sulle labbra come un’onda a disegnare per brevi istanti la felicità, si ritira in una ombra di malinconia subitanea ma anche di tratto, come tirata indietro da chi tiene i fili del mare, come, appunto, una risacca della felicità ottenuta per piccoli fragilissimi istanti. 

Beginners abbraccia due generazioni ed è composta da storie e sottostorie che si innescano l’una sull’altra, completandosi. È infatti, prima che una storia d’amore non convenzionale, una storia sull’importanza del rimosso e più in generale della vita delle emozioni lungo l’arco d’una vita.

Ma è anche una storia su un legame padre/figlio bello quanto difficile e per una volta facilitato (e non ostacolato, come un curioso mantra cinematografico vuole) dalla capacità di comprensione di quest’ultimo. Si rappresenta un esempio su miliardi di esseri umani che popolano la terra su come vivere la propria vita, ma anche su come lasciarla, ed infatti il film flirta costantemente con l’idea della morte, l’unica costante a ben vedere d’una pellicola piena di mille sfaccettature.

Si alternano, come in un puzzle dai ritmi narrativi non serrati ma circolari, momenti di stasi, di espressione dei personaggi, di fine ed impercettibile traino al cuore della vicenda, intrattenendo senza una singola scena di intrattenimento fine a se stesso lo spettatore.

A raccontarci tutto è Oliver Fields (Ewan McGregor) trentottenne col cuore in inverno che lavora (e sfoga artisticamente designando su piccoli cartoncini minimali disegni sulla Storia della Tristezza) come graphic designer.

Oliver è figlio di Hal, interpretato magistralmente da un Christopher Plummer straordinariamente umano e capace di farci apprezzare ogni smorfia, ogni vizio, ogni errore del suo personaggio, personaggio che dopo la morte della moglie e madre della famiglia confessa al figlio la propria omosessualità, nascosta serenamente per anni per amore della vita di famiglia, del lavoro e delle abitudini (qui intese nel senso migliore del termine) da omosessuale inserito in un contesto storico che, come ci viene spiegato nel film con coloriti e schizoidi flashback documentaristici, non permetteva altra scelta sino a pochi anni prima del 2003, anno in cui avviene la narrazione delle alterne vicende di Oliver.

Hal vive gioisamente la sua nuova condizione, aiutato da un partner ben più giovane ma sinceramente innamorato e da un figlio che accetta tutto, per amore e forse anche per incapacità di arginare lìenergia vitale da ventenne dìun padre intorno ai settantacinque anni capace di svegliare il figlio di notte dopo una serata in un locale gay per chiedergli come si chiamasse quella bellissima musica ballata poc’anzi, la house music. 

Ma Hal è anche un padre gravemente malato, che dopo vari mesi di cure in clinica viene lasciato andare a casa con una vita a termine dovuta a un cancro in uno stato avanzato e che, tra un party e la passione per la vita, lotta tra la vita e la morte. Ed Hal, in particolare, è il cuore del film, il perno d’amore che muove l’invisibile agli occhi e che unisce in una sottile linea sgargiante di vita quasi metà secolo di storia d’una famiglia.

I compagni di viaggio sono molti, tutti importanti e caratteristici, dotati taluni d’una profondità, altri d’un vincolo narrativo indispensabile. Niente è di troppo in questo film: c’è, prima di tutto, Arthur, il Jack Russel nonché cane parlante (con tanto di sottotitoli!) che passa di padre in figlio e che è un confidente molto cinico e disincantato, ma anche molto geloso del proprio padrone, che ama stare con gli esseri umani più che relazionarsi con i membri della stessa specie.

C’è il compagno di Hal, dolcemente poligamo, che ben si coniuga con la sincerità di fondo de La mia vita a Garden State, insieme al già citato protagonista che potrebbe essere un ottimo partner per Amélie Poulain, con un padre che pur giocando sugli estremi opposti ricorda per l’amore del giocare alla vita il leggendario Royal Tenenbaum di Wes Anderson.

E poi la dolcezza sconfinata di Mélanie Laurent, che dopo il grande successo di Bastardi senza gloria conferma il suo fascino crepuscolare in un ruolo che più le si addice, di ragazza timidamente in bocca alla vita, gioiosamente fragile. E ancora richiami a Stranger Than Fiction per le tecniche di narrazione a mosaico che singhiozza ricordi ed emozioni, l’atmosfera talvolta incanta come in L’arte del sogno.

Guardate dunque questo film per aprire il vostro cuore ad un storia quotidiana narrata con rara eleganza. E se dovete andare a una festa ma non siete dell’umore giusto, andateci, annoiatevi e isolatevi, correte a casa e premete il tasto Play. La vostra tristezza, così amplificata , troverà un’eco in quest’ora e quaranta, e forse un nuovo slancio. In fondo questa, più di ogni altra, è la vera essenza del Cinema: rilanciare i sentimenti dell’essere umano.

Luca Buonaguidi

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