The Elephant Man (David Lynch, 1980)

“Chi può decidere un mostro cos’è?”, cantava il Clopin disneyano a introduzione de Il gobbo di Nôtre Dame, dal romanzo-cardine di Victor Hugo, dove le perfette architetture delle cattedrali di Parigi venivano messe a confronto con l’assoluta casualità della natura e delle sue opere, a volte splendide altre volte mostruose, ma in entrambi i casi figlie della spontaneità e dell’errore, nonché di un’epoca di radicale transizione. Quello del mostro, del resto, è un tema che attraversa tutta la modernità, fino a interpretarne simbolicamente la tendenza di fondo,  a ipostatizzarne il sistema, e non è un caso che l’industria culturale, in ogni sua declinazione, ne sia stata percorsa a sua volta e a sua volta ne abbia provato a restituire l’immagine.

Con lo spettacolare The Elephant Man, classe 1980, David Lynch aggiunge il suo imprescindibile contributo all’universo di narrazioni attinenti a questo tema. Sceglie una storia vera, anzi verissima – quella del realmente esistito John C. Merrick, uomo afflitto da una rarissima forma di neurofibromatosi che ne deformava l’aspetto – e la trasforma in un film eccellente, ambientato in quella Londra vittoriana – volutamente virata al bianco e nero con l’aiuto di Freddie Francis – dove il rimosso delle coscienze riemergeva negli spettacoli dei freaks e veniva tenuto a bada dai circuiti chiusi degli ospedali. L’anima bella di John Merrick, il cui corpo è reso mostruoso dalla malattia e tenuto in ostaggio da Bytes (Freddie Jones) per il denaro che ricava dai suoi spettacoli, è tratta in salvo dal dottor Treves (un Anthony Hopkins a dir poco brillante), giovane chirurgo dal cuore d’oro dotato anche di un acutissimo spirito autocritico che lo spinge a chiedersi “se è buono o cattivo” – e forse è qui che sta la ricetta per la vera bontà.

L’aggettivo “struggente” non è mai stato così adatto: The Elephant Man è un film che analizza la società con lucidità quasi scientifica, eppure, allo stesso tempo, afferra il cuore e lo stritola. Scritto e diretto con mano divina, interpretato alla stessa stregua: movenze e sguardo – intensissimo nonostante l’ottimo trucco – di John Hurt lasciano tracce ulteriormente indelebili. Dopo Eraserhead, è il capolavoro che rende trionfale in partenza la prolifica carriera di Lynch. Di fronte a opere simili, “la traccia aperta si chiude”, come Erri De Luca insegna: le cose non sono più come prima, le domande sulla vita insistono, le risposte si trovano nella voglia di altre storie. Lì si celano le verità sui mostri, apparenti e veri.

Francesca Fichera

Voto: 5/5

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