The Double - CineFatti

The Double (Richard Ayoade, 2013)

Doestoevskij torna in vita con The Double

Jakov Petrovi? Goljadkin non era un eroe. Non era neanche un codardo o una persona deprecabile, ma una creatura verso cui il lettore provava sempre più pietà, pagina dopo pagina, fino al tragicomico finale. Fëdor Dostoevskij lo scrisse nella prima metà dell’Ottocento, Il sosia, in inglese The Double, la storia di un uomo poco accomodante della media borghesia russa che vede la sua vita invasa da un suo sosia, uguale nelle fattezze, opposto nel carattere.

Chi meglio di un comico poteva adattare per il cinema un romanzo simile (a proposito di comici geniali di cui parlammo nella recensione di R100 di Hitoshi Matsumoto), meglio ancora se inglese ed appartenente a quella nuova generazione di audaci registi che stanno mettendo a soqquadro l’isola britannica. L’uomo in questione è Richard Ayoade, reduce da un successo di pubblico e critica con Submarine – inedito in Italia, ovviamente.

Ayoade non si limita a ricopiare le pagine sul grande schermo, Goljadkin non viene solo tradotto in Simon James, The Double muta completamente il paesaggio letterario. Non è la Russia, tra abitazioni, grandi sale e uffici di lavoro, la terra ora non ha più nome ed è un labirinto di cemento dove le persone vivono come formiche e lavorano in uffici alienanti che ricordano anni precedenti a quel che si suppone possa essere un futuro vicino, o un domani già presente che non riusciamo a leggere tra le righe delle mille giornate tutte uguali.

Il mondo però significa tanto per Simon James/Jesse Eisenberg proprio perché con esso non riesce ad instaurare un rapporto di comprensione reciproca, tenta di relazionarsi usando la collega Hannah/Mia Wasikowska come tramite e quando sembra che la sua missione stia per aver successo arriva James Simon: il suo sosia. Estroverso, amico di tutti e malandrino, James ruba a Simon sogni e vita, quel poco che c’era almeno, trasformando il suo alter ego precedente in un mostro paranoico e geloso in caduta libera sul piano psicologico.

È un thriller, ma ha il profumo accessibile di una commedia, Eisenberg gesticola nervoso come suo solito, il cinema lo ha abituato a contorcere lo sguardo e diventa l’uomo perfetto per diventare il Goljadkin che il cinema cercava, guarda se stesso con disprezzo pur non potendo farlo nella realtà del set. Ayoade e il suo direttore della fotografia Erik Wilson lo mettono a confronto con immagini assenti rese reali da una regia che punta alla forza della narrazione e al movimento che mette in risalto l’effetto speciale senza dargli troppo peso: la macchina da presa diventa come qualunque altro uomo o donna all’interno del film, riconosce l’anonimità di Simon, è la visione meccanica, il registratore che noi vediamo come Harris/Noah Taylor, una persona che vede, ma non guarda, presente, ma disinteressata.

Terry Gilliam con Brazil plasmò un mondo intero, un pianeta da cui siamo sommersi; Ayoade è sulla stessa lunghezza d’onda, ma è più sottile, è il violino/coltello del compositore Andrew Hewitt (colonna sonora sensazionale, vi si drizzeranno i capelli) e affetta le strade e le case in forme quadrate, spigolose ed insostenibili. Il disagio di Simon James è palpabile, prima divertente, poi angosciante: la tragicomicità dell’ “antipatico” Goljadkin di Dostoevskij rivive al cento per cento in questa perfetta opera di Richard Ayoade. Se anche The Double non arriverà in Italia, sarà un crimine.

Fausto Vernazzani

Voto: 3.5/5

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