Un eroe dei nostri tempi

Un eroe dei nostri tempi (Mario Monicelli, 1957)

Un eroe dei nostri tempi: la verità secondo Sordi e Monicelli.

Io avevo una gran voglia di smontare il mito dell’eroe.

Avevo voglia di rappresentare gli uomini come erano in realtà, con tutti i loro difetti.

Alberto Sordi

Alberto Menichetti è spavaldo, sbruffone ed energico nell’avere paura di tutto, nel fare delle sue paranoie di colpevolezza una missione di vita: cautelarsi e tenersi distante da tutti i problemi e pericoli immaginabili, a qualsiasi prezzo. Più cerca di evitarli e più si inguaia, con essi che sovente diventano il frutto paradossale delle sue paure.

Di questo personaggio Mario Monicelli, che di questo film è ancora impareggiabile regista, dirà: “Alberto Sordi ha avuto la genialità di inventare un personaggio diverso da tutti gli altri comici nella storia del cinema, vigliacco, cattivo, traditore, prevaricatore, che fa ridere essendo una persona abbietta, mentre in genere il comico è buono. E questo l’ha proprio inventato lui, non i suoi registi.”

Questo film prefantozziano e basato su un soggetto di Rodolfo Sonego rispecchia l’Italia degli anni Cinquanta e profetizza quella del Duemila, in cui gli Alberto Menichetti diventano un partito capace di vincere a ripetizione più di una elezione.

Sordi qui trasforma l’inverosimiglianza in attitudine al quotidiano col supporto di alcuni tra i più grandi caratteristi italiani di sempre che gli fanno da cornice e ne bilanciano ogni eccesso fin troppo canzonatorio, per un film divertente ma per nulla comico, e qualche chicca come Carlo Pedersoli (meglio noto come Bud Spencer) irriconoscibile seppur nel ruolo del picchiatore con spirito che gli sarà consono.

Tremebondo e voltagabbana, il Menichetti si ficca nei guai prima in ufficio poi nella vita personale, vive con due zie anziane, è impiegato in un cappellificio e annota qualsiasi cosa gli accada nel corso della giornata qualora gli venisse richiesto un alibi in una delle sue fantomatiche ipotesi di reato. Accetta di tutto pur di tener fede alla propria indole servile e al contempo capricciosa, come quando pur di non partecipare a uno sciopero e compiacere il padrone, si finge malato ritrovandosi così ospedalizzato.

Innamorato della giovane Marcella finisce con l’accettare la corte della vedova De Ritis, suo massimo contraltare che eppure intravede in questo personaggio pieno di debolezze un amore basato sulla mansuetudine e la dominanza femminile, fino a quando un giorno lo stesso Menichetti per far sparire dell’esplosivo che si ritrova in casa senza averlo mai saputo, finisce con l’essere sospettato di terrorismo e affonda nella paranoia quando scopre di aver avuto un avo anarchico e bombarolo.

Ed è proprio sul piano politico che la sua ignavia si fa metodo: né di destra , né di sinistra né di centro l’italianissimo Menichetti si mostra servile verso tutti ma cova dentro un orgoglio d’adolescente con agiti da bambino irrequieto e insicuro, e questo non sarà senza conseguenze con un finale corrosivo ed amaro nel più bel stile che fu di Monicelli.

La colonna sonora del maestro Nino Rota e le atmosfere di un’Italia in cui certe prevaricazioni future non potevano essere ancora immaginate immergono lo spettatore in un clima di serena nostalgia, pur nella contemplazione della galleria completa dei vizi più noti e comuni dell’italiano medio, cui lo spettatore, seppur in minima parte, non scappa del tutto.

Poi verrà il boom economico che sempre Sordi ben caratterizzerà con l’omonimo film di De Sica, e infine l’epilogo dello stesso boom descritto in modo superlativo in Un borghese piccolo piccolo,  in cui non c’è più voglia alcuna di scherzare e risale l’inizio di quella crisi morale che contagerà l’Italia ed oggi rischia di farla esplodere.

È così che Sordi attraversa i tre momenti – nascita, ascesi e caduta – di quel carattere latino che in Italia diventerà dominante, che la televisione renderà inerte e solerte solo laddove vede un profitto immediato e privato, e di cui negli anni novanta Berlusconi diventerà l’ariete di centroarea, quello pronto a capitalizzare ogni distrazione avversaria a proprio vantaggio ma giocando sempre e solo per se stesso.

Film all’italiana come non se ne fanno più, capolavoro in cui Monicelli definisce una poetica cinematografica e un tatto immediato nei confronti dell’italiano medio, che diventerà l’unico protagonista reale della sua filmografia.

Luca Buonaguidi

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