Resurrection: anche la morte può morire

di Fausto Vernazzani.

Non è morto ciò che può giacere in eterno
E in strani eoni anche la morte può morire.
H.P. Lovecraft

Un detto recita che le uniche cose certe nella vita sono la morte e le tasse. Secondo cinema e televisione possiamo tagliare il proverbio ed avere come unica certezza l’esistenza delle imposte, perché persino il verbo morire adesso può essere coniugato in modi differenti dalla normalità a cui siamo abituati. Il cinema zombie stesso ci insegna che morire non è tanto semplice come sembra, a volte parte di noi resiste all’interno del nostro corpo (Warm Bodies) o in realtà si tratta di una malattia curabile anche nei casi peggiori (In the Flesh) o solo se presa per tempo (The Returned), in altri casi il mistero è ben più grande (Les Revenants), ma il concetto di fondo è che si può tornare dalla morte.

Una moda dei nostri tempi, convivere con la morte sia col pensiero che col corpo, a volte puoi persino avere un figlio con un cadavere (Twilight: Breaking Dawn) e nessuno sembra farsene un problema. Un’altra moda di successo è invece il crescente numero di prodotti audiovisivi a tema cristiano e/o cattolico, e capita di vedere il figlio di Greg Kinnear dichiarare di aver visto il Paradiso mentre era incosciente sul letto operatorio (Heaven is for Real). La serie prodotta dal canale ABC, Resurrection riesce in un colpo solo a mescolare la fame di non-morti e speranza religiosa del pubblico adattando il romanzo di Jason Mott (Mondadori, 2013).

Resurrection

Negli Stati Uniti la prima stagione si è conclusa Domenica 9 Maggio, in Italia invece sono stati mandati in onda su Rai2 (perché quando una serie tratta temi religiosi state sicuri che arriva immediatamente anche da noi) tre episodi di fila Martedì 12 Maggio e il consiglio, iniziamo a dirlo sin da ora, è quello di sedersi a guardarla. Se avete seguito la Notte degli Oscar il 2 Marzo saprete sicuramente Resurrection di cosa parla, tanti erano gli spot inviati tra una pausa e l’altra, ma in caso contrario eccovi una breve sinossi:

In un giorno qualunque della noiosa vita dell’agente anti-immigrazione del FBI Martin Bellamy/Omar Epps, arriva la notizia di un bambino ritrovato da solo nel bel mezzo di una risaia in Cina. Riportato negli Stati Uniti, Bellamy avrà il compito di scortarlo all’orfanotrofio, finché il silenzioso bambino non rivela il suo nome, Jacob/Landon Gimenez, e la sua provenienza: Arcadia, in Missouri. Una volta arrivati Bellamy è convinto di essere a casa dei nonni, ma gli anziani Lucille/Frances Fisher ed Henry Langston/Kurtwood Smith sono i suoi genitori, il cui piccolo Jacob morì all’età di 8 anni 32 anni prima. Sarà solo il primo dei morti a ritornare in vita.

I temi con cui Resurrection prende piede sono i classici: come ci si comporta se un tuo caro torna in vita, cos’è la vita stessa se la morte non è la conclusione temuta o desiderata che ci aspetta tutti quanti. Non succede molto negli 8 episodi della serie, sono pochissime le evoluzioni, ma la crescita di ogni singolo personaggio ne guadagna tanto, riuscendo a mantenere un’intera prima stagione solo su di loro. Dallo sceriffo Fred Langston/Matt Craven alla dottoressa del paese, sua figlia Maggie/Devin Kelley, dall’agente Bellamy ai “ritornati” più adulti (Rachel/Kathleen Munroe e Caleb/Sam Hazeldine) capaci di comprendere e reagire ognuno a modo loro alla novità di una seconda possibilità: tutto ruota intorno al dubbio e il dubbio è il reale protagonista.

Resurrection

Si sopportano i numerosi tempi morti se si desidera osservare quale sarà la virata di Resurrection, ci si chiede se mai arriverà il momento di prendere apertamente la strada della religione oppure solo coltivare la paura dell’ignoto. Alla fine della prima stagione sembra chiaro che la prima è sicuramente predominante con tutti i suoi giochi di rimandi, del resto la chiesa del pastore Tom Hale/Mark Hildreth, uno dei personaggi più credibili, il prete spaventato dal miracolo, è uno dei luoghi centrali di ogni episodio e il nome del piccolo Jacob non è certo scelto a caso: Giacobbe, preferito da sua madre Rebecca (Lucille, sicura della natura del bambino) piuttosto che da suo padre Isacco (Henry, indeciso su come gestire la situazione), attaccato alla vita come fu nella Bibbia al calcagno di suo fratello Esaù ancora nel ventre materno.

Il merito della qualità, non tanto del successo, ancora incerto nonostante Resurrection sia stato rinnovato per una seconda stagione, è sicuramente da attribuire all’ottimo produttore e leggendario regista televisivo Dan Attias (I Soprano, Six Feet Under) e allo sceneggiatore Thomas Schnauz (Breaking Bad) che hanno collaborato con il creatore della serie Aaron Zelman, due nomi che trasudano talento da ogni poro. Talento votato alla costruzione del personaggio, fintanto che si dimostra necessario, poiché verso la conclusione sono finalmente gli eventi a prendere possesso della serie a ricollegare tutti i punti che fino a quell’istante sembravano privi di senso e in quel momento è assicurato che sarà impossibile staccarsi dal piccolo schermo. Resurrection ha un grande potenziale, in parte sprecato nella lunga gestazione dei primi episodi, ma dalla seconda stagione c’è tanto da aspettarsi.

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