Paulette

Paulette (Jérôme Enrico, 2012)

L’erba (francese) di Paulette.

Un filmino amatoriale, sul quale scorrono i titoli di testa, sta a significare il passato di Paulette, le sue scene da un matrimonio e da una vita famigliare all’insegna della felicità. Gli indizi raccontano la storia di una bella villetta, una figlia deliziosa dalla bionda chioma, un ristorante di successo.

Ma il presente smentisce tutto: Paulette (Bernadette Lafont, teatrale, forse troppo, ma a cui ci s’affeziona) sta rivelando a Padre Baptiste, in un esilarante split screen simulato dalla struttura del confessionale, di aver messo degli scarafaggi nel cibo dei cinesi che hanno rilevato il suo locale. Si lamenta di loro, i “visi gialli”, del genero e del nipote, rispettivamente “sbucciabanane” e “scimmietta”… e Padre Baptiste, che è nero, non può che farsi il segno della croce e assegnare alla sfrontata vecchina qualche preghiera in più.

In realtà la frustrazione di Paulette ha molte e più che concrete ragioni di esistere: ora che suo marito è morto (ucciso dall’alcolismo); che la villa è stata sostituita da un desolante appartamento, sito in periferia e per di più difficile da mantenere; che per mangiare deve frugare fra gli scarti del mercato popolare, il suo comportamento burbero e intollerante, anche se non giustificato, ha perlomeno una spiegazione. E una via di fuga: il commercio della droga.

Lo spunto della anziana donna, a suo modo simpatica, che scopre gioie e vantaggi dello spaccio di cannabis, ganja e affini, non è certo cosa nuova: Jérôme Enrico probabilmente lo sa bene e sembra anzi che abbia deciso di sfruttare consapevolmente la cult story de L’erba di Grace (Nigel Cole 2000) trasferendola nel contesto autoctono, e meno educato e brit, dei quartieri periferici di Parigi.

Il regista (anche sceneggiatore) traccia fin da subito i contorni netti di un personaggio che è a tutti gli effetti centrale, precisamente collocato nello spazio e nel tempo e con un retaggio forte destinato a subire un’altrettanto possente evoluzione. A giocarsela bene sono principalmente le trovate comiche: gag, battute, interpreti-spalla – come Renée “Alzheimer”, vecchietta dolcissima quanto riconglionita – e ruoli tipici, come quello del poliziotto ingenuo e beffeggiato, in tal caso genero della protagonista, con l’aggravante dell’esser di colore che lo costringe a un’ulteriore vessazione da parte della suocera.

La buona gestione dei tempi rende perdonabili le non poche sottolineature gergali e le ingenuità dello script – una su tutte: le armi giocattolo che appariranno a un certo punto della storia, stranamente non identificate. Paulette, in sostanza e più d’ogni altra cosa, fa ridere. Intrattiene, si fa seguire fino alla fine e ha anche il suo discreto momento di trasformazione, con una scena di modesta violenza che modifica d’improvviso il tono del racconto.

A parlare del resto è una parte della capitale francese ben lontana dalla Torre Eiffel e dall’Arco di Trionfo; riesce a farsi sentire anche attraverso le risate, il filtro lucente della commedia. E nel finale, ciclico, ottimista, dolce e “olandese”, ha il suo riscatto. Giusto o sbagliato che sia, risponde alla legge delle favole, mai prive di fascino e d’importanza.

Francesca Fichera

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