Edmond (Stuart Gordon, 2005)

Stuart Gordon esce dall’horror per dirigere William H. Macy in un dramma trasgressivo, Edmond.

Edmond, tratto da una pièce teatrale di David Mamet, è l’inquietante giorno di follia descritto dal regista di culto Stuart Gordon, autore di horror squilibrati e geniali come il classico occulto degli anni ’80 Re-Animator.

Ad attuare una vertiginoso discesa agli inferi è il tipico WASP  americano (White Anglo-Saxon Protestant) agente di scambio che dopo aver incontrato casualmente al bar un uomo sinistro ed eminente che lo mette davanti alla realtà delle cose, abbandona la propria sicura posizione e passiva moglie per darsi alla ricerca di quella libertà istintuale che non si era mai concesso prima.

Il problema è che ad attenderlo non c’è una società capace di comprenderne e contenere gli eccessi, ma anzi una metropoli infernale fatta di strade dove si può comprare ed essere, seppur per pochi illusori istanti, tutto.

Ogni paura nasconde in realtà un desiderio

È così che Edmond si lancia con occhi da fanciullo ma anche confuso e assetato come un adulto ormai corrotto tra prostitute, peep show, ladri, spacciatori e baristi. La scopo principale della ricerca di Edmond è la trasgressione fine a se stessa, ciò nonostante egli si fa presto portavoce di una teoria filosofica ben innestata sulla critica alla contemporaneità, ma che affonda poi nell’auto-distruttività più devastante, superficiale e nichilista.

Vediamo così compiersi la metamorfosi dell’uomo medio, da impiegato in scatola e pronto all’uso a lasciva e pericolosa scheggia impazzita nella notte metropolitana; il ribaltamento è grottesco e caricaturale, poiché Edmond mischia trasgressione, razzismo e toni profetici – “abbiamo lasciato uscire la vita da noi stessi” – ad ogni nuovo incontro, che provoca sempre una reazione maggiore, in una spirale senza fondo che accenna al perturbante freudiano, in cui tutto ciò che sarebbe potuto restare segreto e nascosto è invece affiorato, spingendosi sino all’esito più temuto.

Dopo una carriera relegata quasi solo al genere horror, Stuart Gordon realizza un film politicamente scorretto e a basso costo, in cui il comico, il thriller e il terribile, l’osceno, si alternano in un un ritratto spietato della banalità della solitudine umana, in cui ciò che si tiene distante da sé è solo che in realtà si desidera, in un impianto compulsivo di istinti repressi da una società condannata da se stessa alla nevrosi lenta o alla grande e rapida follia.

Edmond abbandona la prima per la seconda, e Gordon, disegnando intorno a lui scenari e situazioni che ricordano forse troppo esplicitamente Fuori Orario di Scorsese, dirige il perfetto William H. Macy (che già aveva vestito i panni del represso in Boogie Nights, Magnolia e Fargo) e l’intera galleria di curiosi e simbolici personaggi minori in una nave dei folli che si getta in mare aperto, con esiti angoscianti, talvolta addirittura mostruosi e resi grotteschi da una feroce ironia di fondo.

Siamo ciò che odiamo, sembra suggerire Gordon, ed è questo stesso il motivo per cui riusciamo ad odiare tanto, fino a quel limite in cui l’odio colpisce direttamente se stesso, e lì si svela per ciò che è ed è sempre stato.

Luca Buonaguidi

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