Alabama Monroe – The Broken Circle Breakdown (Felix Van Groeningen, 2013)

di Francesca Fichera.

«You can’t imagine what people can deal with»

Stephen King, Doctor Sleep

Di un amore e di un dolore insostenibili tratta il compendio tragico del belga Felix Van Groeningen, vincitore della sezione Panorama alla 63a Berlinale (sì, c’eravamo anche noi) e di diversi premi di prestigio, ora candidato agli Oscar 2014 “contro” La grande bellezza (che molto probabilmente lo schiaccerà, per la gioia di molti).

Del resto, The Broken Circle Breakdown – che in Italia verrà distribuito come Alabama Monroe: una storia d’amore – è sentitamente anti-americano e anti-clericale (anche se non nel modo che piace alla maggioranza), esplicito e spontaneo alla stessa maniera (ma non con la stessa intensità) de La vita di Adele, talmente drammatico da risultare quasi intollerabile alla parte emotiva dello spettatore, il quale, un po’ come con Up (anche se per cause del tutto diverse), si ritroverà a versar lacrime fin dalla prima mezz’ora. E questo perché la storia rappresentata sullo schermo, quella dell’ “ateo romantico” Didier (Johan Heldenbergh, anche co-sceneggiatore) e della “credente realista” supertatuata Elise (Veerle Baetens), è così speciale da essere qualsiasi. Come tutte le narrazioni degne di essere definite tali.

Questa vita eccezionale Van Groeningen sceglie di raccontarla per flashback tenuti insieme da collegamenti di concetto: il divenire dei punti di vista differenti dei due protagonisti – sincerissimi entrambi, lei forse più di lui grazie alla pudicizia con cui avvolge la sua sofferenza – sono spiegati nel loro relazionarsi continuo, mentale e mnemonico, rispetto al passato; ne vengono mostrate le origini e l’approdo, dove la crudele ironia dell’esistenza li ha portati ad opporsi. Anzi, si può dire che The Broken Circle Breakdown sia un film basato strutturalmente sull’idea di opposizione, di scontro. Su come, quando tutto è perfetto, «la vita ti risputa tutto in faccia», erigendo un muro contro cui sbattere e ferirsi. A volte a morte.

The Broken Circle Breakdowm

In The Broken Circle Breakdown ci sono tre mondi, tre scatole colorate diversamente a seconda dei sentimenti di cui sono pregne, e quindi in contrasto. Dove spiccano le tinte calde e ben distinte della felicità, tanto dei primi incontri quanto delle novità – che spaventano giusto quel poco prima di esplodere e portare entusiasmo; raggelano lo sguardo il bianco e l’azzurro della disgrazia piovuta dal cielo e a cui non si può sfuggire (la malattia, la perdita, il cambiamento irreversibile); chiariscono le cose le figure stagliate sul buio di un palco su cui la musica comunica ciò che è invisibile agli occhi. Qui, nell’incontro tra l’uso della luce (di Ruben Impens) e l’enunciazione musicale (di Bjorn Eriksson), fiorisce tutta la bellezza del film di Van Groeningen. Cui s’aggiunge, di irrinunciabile contorno, un uso di simboli e dettagli così acuto da spezzare il cuore.

Basterebbe, d’altronde, conoscere a memoria i versi di The Broken Circle di A. P. Carter, nei quali una speranza meno forte della fede aspira a un mondo migliore nel regno dei cieli – “There’s a better home a-waiting /In the sky” -, per lasciarsi condurre  verso il fine, e la fine, di questo cerchio spezzato. Che, a quanto ci suggeriscono i già citati dettagli, è in un altro, ennesimo scontro: con le proprie convinzioni. Con quella, per esempio, che chi non crede in qualcuno non possa credere in qualcosa e, per questo, riuscire a salvarsi. Dal dolore, dalla morte, da ciò che non torna più come prima. E dalla paura di tutte queste cose.

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