Berlin International Film Festival: 10 film da non perdere

di Fausto Vernazzani.

Sono tredici anni di onorato servizio per Dieter Kosslick, Direttore Artistico della Berlinale, soprannome amichevole del Berlin International Film Festival, uno dei quattro più importanti al mondo, dove le sorti del cinema internazionale vengono decise da Studios, produttori ed una manciata di professionisti dello spettacolo chiamati a decidere chi tra i loro colleghi ha offerto il miglior prodotto filmico dell’edizione corrente. Il primo e più giovane Sundance ha già dato il suo, favorendo drammi indicibili e cinema anglofono a tutto spiano, per poi lasciare al World Cinema la strada spianata tra le gelide strade di Berlino, dalle cui ceneri arriverà la stagione estiva con Cannes prima e Toronto poi, a chiudere l’anno. Nulla contro la Biennale, prestigiosa come sempre, ma ci vorrà ben più di un ritorno di fiamma per Alberto Barbera per ritornare in cima agli eventi cinematografici dell’anno.

Ed eccoci quindi a Berlino, il cui festival inizierà il 6 Febbraio e terminerà esattamente dieci giorni dopo, il 16 Febbraio, con ben poche variazioni sul tema: una competizione centrale, la sezione Panorama con documentari e non, Forum, Generazioni e Prospettive Germania, nonché le classiche serate di gala, per la gioia del tappeto rosso e degli stalker. Mancano dunque solo nove giorni all’inizio e soltanto oggi è stato annunciato il programma completo, con tutte le sinossi, i dettagli tecnici e i contatti per chiunque abbia l’onore, le possibilità e le disponibilità economiche per accedere all’European Film Market, uno di quei luoghi fondamentali dove nascono i film. Noi, purtroppo, quest’anno non ci saremo, ma come già facemmo per Toronto e Venezia, perché non andare a sognare almeno dieci titoli che correremmo a vedere se fossimo lì, ancora una volta al Berlinale Palast!

1. Il primo e più interessante non ha ancora un titolo, ma noi appena usciti dalle sale di The Wolf of Wall Street non possiamo rinunciare alla fame improvvisa e necessaria di un nuovo film di Martin Scorsese. Insieme a David Tedeschi, con cui già collaborò per i due documentari musicali George Harrison: Living in the Material World e il cult Shine a Light sui Rolling Stones, Scorsese si getta tra le pagine del New York Times, in particolare quelle dedicate alla letteratura, dove parole su parole sono state spese su cultura, politica e società. Il documentario non avrà ancora un titolo, ma chi sarà protagonista è già una certezza, decine e decine di anni di storia dove autori del calibro di Gore Vidal e Susan Sontag esprimono opinioni sugli argomenti più disparati, facendo da specchio di una vitalità ancora percepibile in uno dei quotidiani più importanti al mondo. Imperdibile, anche per la presenza accertata di Scorsese.

2. Journey to the West. Alla Biennale di Venezia Tsai Ming-liang tra le lacrime annunciò il suo ritiro dal cinema, e pochi mesi dopo la prima immagine di Journey to the West ci riporta subito in cielo a sognare grazie ad immagini che richiamano al suo penultimo mediometraggio Walker. Sempre Lee Kang-sheng di fronte alla macchina da presa, Tsai Ming-liang ci porta tra le strade di Marsiglia, aggiungendo al cast anche l’importante Denis Lavant – come dimenticarlo dopo il capolavoro Holy Motors -, in quello che la sinossi sul sito della Berlinale descrive come un viaggio ipnotico attraverso le strade e i distretti del capoluogo francese. Tsai Ming-liang è uno dei maggiori esponenti viventi della settima arte, per cui è impossibile rinunciare alla visione di un suo film.

Journey to the West

3. Iranian. Dai più questo film sarà forse ignorato, ma l’Iran sforna autori geniale come se fossero delle comuni forme di pane. Iranian è il secondo documentario di Mehran Tamadon, nel 2009 immersosi con grande fatica tra le file dei Bassidji, le basi sostenitrici del regime iraniano, ed ora, solo nel 2013, è riuscito a parlare con i quattro rappresentanti, in un esperimento filmico nato con l’intento di dimostrare la possibilità di un dialogo pacifico. Non è chiaro come andrà a finire, la sinossi sul sito internet termina con la triste frase “For the filmmaker, however, there’ll be a high price to pay” (per il filmmaker, comunque, ci sarà un alto prezzo da pagare), e come finale non suona affatto bene.

Iranian

4. The Great Museum. Il Kunsthistorisches Museum ci ha fatto sognare col film di Jem Cohen Museum Hours, un capolavoro già invecchiato di due anni, scoperto in Italia solo grazie al Milano International Film Festival, ed ora ci viene offerto su un piatto d’argento dal regista austriaco Johannes Holzhausen in The Great Museum. Non si tratta di un film narrativo come Museum Hours, bensì di un dietro le quinte  dove Holzhausen ci mostrerà cosa si nasconde dietro quelle porte chiuse, tra curatori di mostre temporanee e restauratori al lavoro, congressi e convegni. Insomma, il mondo dietro un museo, uno di quelli gestiti più con affetto che con cura. La qualità del film verrà poi decisa da come il regista deciderà di immergerci in questo universo ai più sconosciuto.

The Great Museum

5. ’71.Sean Harris e Jack O’Connell hanno entrambi dalla loro l’apprezzamento della critica, il primo per una serie di ruoli minori al cinema ed una parte da protagonista nella eccellente serie drammatica Southcliffe, il secondo per la sua interpretazione infiammante in Starred Up di David Mackenzie. Prima della futura fama che secondo molti reclamerà il secondo di questo duo, arriverà alla Berlinale con ’71 di Yann Demange, un classico film britannico sulla guerra contro l’Irlanda, un paese ancora alla ricerca di una conquista totale della propria terra, divisa tra Nord e Sud, Cattolici e non. Tenendo conto di una crescente passione dei media audiovisivi per la situazione Irlanda/Regno Unito (The Fall, Doppio Gioco) e l’alta qualità offerta dal genere di prodotti ad essa dedicata, c’è poco da sperare e molto di cui essere certi sulla riuscita dell’opera di Demange.

'71

6. The Grand Budapest Hotel. Della trama ormai c’interessa poco, quando un regista si trasforma in un autore di importanza globale, allora non ci si può che inchinare di fronte ai suoi risultati, sempre con spirito critico, è ovvio, ma con una goccia d’amore in più a deliziarci la vista. E’ ovviamente il caso di The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, che avrà la sua World Premiere alla Berlinale appunto, con un cast come sempre eccezionale, tra Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Mathieu Amalric ed una marea di protagonisti scelti tra le fila dei migliori attori statunitensi, più qualche stella straniera di grande pregio. Altro da dire non c’è, Anderson è Anderson e a giudicare dai trailer rilasciati negli scorsi mesi, è inutile costruirsi aspettative su di una qualche novità nello stile di regia, attese da molti per far sì che un cambiamento giunga alla portata del giovane regista.

The Grand Budapest Hotel

7. That Demon Within. L’erede di John Woo, potremmo così definire Dante Lam, l’attuale Re del cinema d’azione di Hong Kong, autore di grandi successi come The Viral Factor, The Beast Stalker, The Stool Pigeon e Fire of Conscience. Su Lam i riflettori si sono spenti nel 2013, anno in cui ha diretto Unbeatable, riuscito film sul pugilato col sempreverde Nick Cheung, protagonista anche questa volta, alla Berlinale insieme a Daniel Wu in That Demon Within, un rapido ritorno al poliziesco e alla lotta tra le forze dell’ordine e la criminalità organizzata: un agente dona il sangue ad un paziente morente, per poi scoprire la sua identità, il leader di una banda chiamata Gang from Hell, una delle più spietate di Hong Kong; in preda al rimorso cercherà di smantellarla dall’interno, azione a cui corrisponderà lo svelamento del proprio passato e della verità dietro il proprio mondo.

That Demon Within

8. Blind Massage. Attori cechi compongono il cast di Blind Massage, nuovo film dell’acclamato regista cinese Lou Ye, reduce dal successo in Asia del suo precedente Mystery. Un autore da cui molto ci si aspetta, in questo periodo che vede la Cina protagonista di una New Wave cinematografica grazie a nuove personalità di spicco capaci di veicolare il dogma della propaganda nazionale in un cinema mainstream che funzioni a livello internazionale. In Blind Massage Ye segue Ma, una ragazza rimasta ceca in seguito ad un incidente avvenuto nella sua infanzia, ora al lavoro in uno studio, dove insieme ad altri uomini e donne nella sua stessa condizione, pratica massaggi affidandosi alla forza degli altri quattro sensi.

Blind Massage

9. 2030. Probabilmente non è sul radar di nessuno, ma essendo un fanatico della fantascienza non mi lascerei scappare 2030, un film vietnamita di Nguyen-Vo Nghiem-Minh, ambientato in un futuro devastato dal riscaldamento globale, colpevole di aver causato l’alzarsi del mare fino a coprire una enorme percentuale dei territori coltivabili del Vietnam. Su questo sfondo Sao e suo marito Thi decidono di non abbandonare la propria terra ormai sommersa, trasformandola in una fattoria galleggiante dove il pesce è il loro nuovo prodotto numero uno, ma il pericolo è dietro l’angolo, e criminalità organizzata e omicidio entrano nelle loro vite. Impossibile formarsi un’opinione su qualcosa di diverso dalla semplice sinossi, ma un film di fantascienza vietnamita non si vede tutti i giorni, e la regione indocinese potrebbe nascondere, chissà, un nuovo regista da seguire a tutti i costi, con un nome capace di competere per difficoltà di pronuncia col thailandese Apichatpong Weerasethakul.

2030

10. Life of Riley. Last but not least il francese di 92 anni Alain Resnais. Non si può rimanere indifferenti di fronte alla cecità dei distributori, colpevoli di aver abbandonato nel limbo il suo precedente Vous n’avez encore rien vu, per cui non resta che sperare in qualche grande premio (sarebbe meritato se non per il film, per la carriera impeccabile) che possa portare con sé anche i suoi precedenti lavori ancora dimenticati dall’Italia. Questa volta Resnais adatta uno spettacolo teatrale di Alan Ayckbourn, Life of Riley, dove un gruppo di teatranti si ritrova ad essere paradossalmente rivitalizzato in seguito al trambusto nato dalla terribile notizia che uno dei loro colleghi soffre di una malattia terminale. Resnais, e al contrario di Anderson, speriamo che non cambi mai.

Life of riley

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