Top Ten 2013: Il Cinema migliore dell'anno

di Fausto Vernazzani.

Passano gli anni e ci si accorge sempre che poter quantificare è anche un sintomo di qualità, un discorso già fatto ieri in merito alla fantascienza e ai dieci film più efficaci del genere. Il bello è quando si può mettere sul piatto della bilancia anche un buon numero di pellicole non viste dopo 365 lunghi giorni di caccia a tutti i titoli che vorremmo vedere, molti dei quali, per ragioni varie, si affacciano troppo tardi rispetto alla chiusura del ciclo. Poter seguire festival su festival sarebbe un privilegio, poter tirare le somme del Sundance Film Festival finito pochi giorni fa e prendere l’aereo diretto a Rotterdam per il primo grande appuntamento europeo, è una fortuna che al momento manca. Ma per vedere grandi film non è necessario “sognare” luoghi lontani, il mondo si rimpicciolisce e prima o poi il cadavere del tuo nemico arriverà alla sponda del fiume su cui ti sei appollaiato come un avvoltoio, e nell’attesa hai ben più di un DVD a disposizione per poterti fare un’idea e rifarti gli occhi con capolavori di ogni genere.

Inevitabile è la mancanza di qualche titolo, perché uscito troppo tardi dunque, o perché non c’è stato il tempo, altri non sono piaciuti abbastanza, ma in questa lista dei film più belli dell’anno qualche eccezione si può fare (n. 10), in casi particolari, per poter compilare una Top Ten 2013 che abbia una buona serie di consigli cinematografici che vadano a ripescare anche le terre più lontane. Ed ecco quindi quei 10 film che mi hanno toccato di più.

10. The Last Supper (Cina, 2012). C’è voluto del tempo per raggiungere il quarto lungometraggio di Lu Chuan, una delle stelle del cinema della mainland China (diversa da Hong Kong) amato per Kekexili: Mountain Patrol e City of Life and Death, al momento il più tragico ritratto del cosiddetto Massacro di Nanchino. The Last Supper lo si potrebbe definire un wuxia per ragioni superficiali, facendo più attenzione è chiaro invece che si tratta di un film in costume come tanti in Occidente, il racconto del passaggio dalla Dinastia Qin alla Dinastia Han attraverso i ricordi confusi e la paura d Liu Bang, l’iniziatore degli Han. Lu Chuan in meno di due ore avvolge il cuore dello spettatore in una nebbia pungente che rallenta i battiti, aumentando ogni contrazione e sincronizzandolo al ritmo del film: uno spettacolo.

9. A Field in England (Regno Unito, 2013).  Oltremanica il Cinema sta tornando ad anni gloriosi, Sessanta e Settanta, seguendo le orme di Ken Russell e della Hammer; il nuovo panorama del cinema britannico ha sempre più autori da offrire, ed uno di questi è l’ormai consolidato Ben Wheatley (Kill List, Killer in viaggio). A Field in England è un ritorno alle opere psichedeliche di Richard Lester, un vero e proprio trip da funghi allucinogeni recitato divinamente da Reece Shearsmith e Michael Smiley, un divertente gioco estetico di un regista che ha ben più da dire di un semplice discorso sui generi e sulla commedia nera, un autore da cui c’è tantissimo da aspettarsi.

8. ‘Til Madness Do Us Part (Cina, 2013). Se nel 2012 la Cina aveva sguinzagliato Lu Chuan e Feng Xiaogang per dare in pasto al pubblico il proprio passato, nel 2013 Jia Zhangke e Wang Bing sono stati gli autori del presente. Feng Ai, titolo originale del documentario lungo quattro ore, è il risultato di settimane vissute in un manicomio/prigione in Cina, dove uomini e donne – malati e non -, vivono dietro delle sbarre in un corridoio quadrato senza una fine, con nessun contatto con l’esterno e alcun modo di esprimere se stessi, ammassati in una sorta di recinto di contenimento. Bing non indora la pillola, Feng Ai è lungo da digerire e logicamente non è una visione facile per molti motivi, ma tante sono le immagini che restano dentro a ricordare i tanti modi di fare Cinema che esistono al mondo.

7. The Broken Circle Breakdown (Belgio, 2013). Candidato al Premio Oscar come Miglior Film Straniero, presentato nella sezione Panorama della Berlinale, quarto film del belga Felix van Groeningen, regista dell’opera più commovente dell’anno. Johan Heldenbergh e Veerle Baetens, indubbiamente due tra i migliori interpreti, sono due opposti incontratisi per caso e subito innamorati, una storia d’amore in musica, bluegrass per essere precisi, vissuta in tempi volutamente sparsi in fase di montaggio, per dare un nome alla paura più grande di una coppia: la perdita di una figlia. Van Groeningen racconta vicende convenzionali, ordinarie nel cinema di sempre, con uno stile nuovo, una regia col dono di metterti in posizione di giudicare silenzi e pause dei protagonisti, rendendoti partecipe e impotente della tragedia di Didier ed Elise.

6. A Story of Yonosuke (Giappone, 2013). Yokomichi Yonosuke è il titolo originale, nome del personaggio titolare interpretato da Kengo Kora, un nome buffo a quanto pare, mistero a cui ancora non è stato possibile dare una risposta. Selezionato dalla Third Window Films come titolo da distribuire nel 2014 (14 Aprile, segnate la data) e proiettato in Europa al Terracotta Film Festival, A Story of Yonosuke commuove per la gioia, un talento riconoscibile per lo più tra gli autori giapponesi. La storia di un ragazzo all’apparenza senza né qualità né pregi, riflette il buono nella vita degli altri, vite future mostrate attraverso delle piccole finestre dallo straordinario regista Shuichi Okita (The Woodsman and the Rain), autore di tre ore passate con lo scopo di illuminare la giornata.

5. The Selfish Giant (Regno Unito, 2013). Ne abbiamo parlato di recente, l’adattamento del racconto Il gigante egoista di Oscar Wilde da parte della regista Clio Barnard, è un’opera che aumenta esponenzialmente il potenziale drammatico della sorgente. Al primo film di finzione dopo il documentario capolavoro The Arbor, la Barnard unisce il tipico stile delicato del cinema drammatico inglese ad un tocco personale con cui sembra possibile dialogare ad ogni nuova immagine, scambiandosi opinioni e pensieri sulle azioni e reazioni di ogni singolo personaggio, dal gigante egoista in mezzo ai rottami di metallo, ai due bambini Arbor e Swifty, le due vittime innocenti di un giardino tagliente.

4. The Stuart Hall Project (Regno Unito, 2013). John Akomfrah non è un documentarista atipico, in tanti hanno realizzato film più innovativi, più coraggiosi o sensazionali. Basti pensare allo stesso Bing, eppure nessuno in genere mette la stessa attenzione su temi così poco popolari, come la vita e le idee del sociologo e studioso della cultura Stuart Hall. Matti, persone geniali e folli coraggiosi protagonisti di avventure in giro per il mondo: non il caso di Hall, raccontato attraverso materiale d’archivio e le musiche di Miles Davis in un’opera straordinaria e coinvolgente. Akomfrah ha il merito di divulgare la conoscenza con un mezzo usato per lo più per fini commerciali, riuscendo a trarre da un soggetto atipico un’emozione ed un interesse trasmesso con grande abilità a un pubblico abituato a ben altro.

3. Educação Sentimental (Brasile, 2013). Júlio Bressane non sarà riuscito ad emozionare fino in fondo con una storia o un soggetto interessante, ma la perfezione tecnica della sua Educazione sentimentale è un vademecum del come fare Cinema. Ogni regola è esposta in una serie di immagini unite attraverso un montaggio con una precisione millimetrica, il tutto rotto di tanto in tanto così da mettere ancor più in evidenza la bellezza di alcune inquadrature e della fotografia. Un educazione mirata al mezzo più che alla narrazione, una sottolineatura fondamentale per continuare a sedersi nelle sale cinematografiche con la consapevolezza di essere di fronte innanzitutto ad una serie di oggetti e motivazioni che formano un’Arte. Bressane ha realizzato un’opera d’arte.

2. La vita di Adele (Francia, 2013). Vincitore della Palma d’Oro al Festival di Cannes, uno dei premi di cui ci si può sempre fidare ciecamente. Abdellatif Kechiche adatta per lo schermo la graphic novel di Julie Maroh, ne cambia le fondamenta e mette in scena la ricerca di un’identità mascherandola da love story. Concentrarsi sull’orientamento sessuale delle due protagoniste (Adèle Exarcopoulos e Léa Seydoux) sposta lo sguardo dalle presenze fisiche, dagli sguardi e dai suoni che invitano a riflettere sull’evoluzione di una persona: l’apprezzamento di se stessi, il godere del proprio corpo attraverso sesso e cibo, le tentazioni dell’anima. Un’opera favolosa da guardare e riguardare per scoprire la maniacalità e la direzione di ogni voglia e paura.

1. Closed Curtain (Iran, 2013). Il Cinema lo fai se lo hai nel sangue. Per alcune persone è così, è un bisogno fisico da cui non si può sfuggire: Jafar Panahi è una di queste. Indubbiamente uno dei migliori registi viventi, rinchiuso in casa per ordine del governo iraniano, con l’obbligo di non dedicarsi al cinema per almeno vent’anni. Un ordine a cui Panahi ha disubbidito per la seconda volta, traendo una storia tremenda – perché vera – dalla propria vita, mutilata dell’amore per un’Arte da cui non può vivere lontano. Difficile dire se sarà o meno distribuito nel mondo trattandosi di un film girato in clandestinità, ma l’augurio è che prima o poi, sia necessario uno o vent’anni, tutto il mondo possa godere di un’opera che non è altro che la rappresentazione fisica e spirituale dei danni della censura. Lacrime assicurate.

3 pensieri su “Top Ten 2013: Il Cinema migliore dell'anno

    1. Mi spiace non ti sia piaciuto, tecnicamente il film di Bressane l’ho trovato perfetto :D
      Gli altri quattro che ti sei segnato, bellissimi, temo che per ora il più facile da trovare sia però solo The Last Supper di Lu Chuan (di cui consiglio tutta la filmografia, anche se The Missing Gun ancora non l’ho trovato), ma mi auguro che Panahi prima o poi la trovi una sistemazione, magari con Fuori Orario, chissà!

      p.s. che avrei dato per poter essere al Festival di Locarno!

      Fausto

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  1. Onestamente dovrei rivederlo a mente lucida, per esprimere un parere più adeguato. Ho corso per un paio di giornate, tra una sala e l’altra, ma ho visto pochi film quest’anno al Festival.
    Inoltre il film è stato introdotto in maniera veramente imbarazzante e accolto abbastanza freddamente dal pubblico (giudicando dalle uscite durante la proiezione).

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