L’arte della felicità (Alessandro Rak, 2013)

di Francesca Fichera.

l'arte della felicità 2

La felicità, l’anima, l’Apocalisse, Buddha e il Dalai Lama: tanti sono miti, personaggi e idee caduti (purtroppo) nel calderone delle mode ma, non per questo, meno buoni. Rimane alto però il rischio di fraintendere, un po’ goffo il tentativo di distinguersi e di farsi capire, come quello perpetrato da Alessandro Rak con L’arte della felicità.

Qual è il segreto dell’essere felici? Si sa solo che è “lo stesso per tutti” pure se diverso, come dice Luciano (con il bel vocione di Renato Carpentieri), zio di Sergio il tassinaro, protagonista della storia, in una delle scene più pregnanti e fluide del film. Non si vede, s’intravede; non può essere compreso, ma intuito. Forse nemmeno è possibile parlare di comprendere, bensì di sentire. Sergio Cometa (Leandro Amato), similmente  a tanti, ha smesso di sentire la sua vita, e per questo gira in tondo, con il suo taxi (che è anche una macchinina meccanica, per chi sa guardare), attorno a un Vesuvio che s’ignora per quanto tempo ancora starà lì a dormire. Ascolta musica – stupenda, uno dei veri punti di forza de L’arte della felicità -, fuma indefessamente, si scontra con gli incontri che fa, con i passeggeri saliti a bordo della sua gabbia a quattro ruote. È un Barone Rampante dei poveri, a suo modo, che ha scelto la strada di Napoli anziché il regno degli alberi per staccarsi e guardare ma, soprattutto, rivisitare. 

Qual è il segreto dell’essere felici a due passi dal baratro? Si sa solo che è tutto fuorché ripetere: è liberarsi da tutto ciò che è uguale e pesa, passato o futuro che sia, per conquistare questa famosa terra promessa chiamata presente: per prendere quell’attimo, vero ed eterno, di cui scrive Alfredo – l’amato fratello di Sergio, animato dal calore di Nando Paone – poco prima di morire. Da uomo libero.

Peccato che sia così facile da farsi quanto difficile arrivarci. L’arte della felicità, confuso e confusionario come ciò che racconta – perché l’anima è bambina e schietta mentre il resto mente – ha da un lato il pregio di saper incoraggiare, entusiasmare, fare da unguento alle ferite della solitudine che affligge i nostri “eterni giorni”; dall’altro, il demerito di anteporre il messaggio al canale e al codice facendo di questi ultimi un uso arbitrario, qualche volta fastidioso, con una regia e un montaggio singhiozzante che optano per le dissolvenze in nero, un doppiaggio – salvo i due casi già citati – che insiste  a sottolineare la “napoletanità” dei parlanti, e una miriade di citazioni cinematografiche attaccate insieme (da La 25a ora August Rush – La musica nel cuore). In contraddizione con l’idea portante del film, quel senso di continuità e di unità che tutti dovrebbero avvertire con tutto, e che nel pro-filmico invece è restituito in forma di frammento e di contraddizione (come canta anche Gnut).

Quindi qual è il segreto dell’essere felici a due passi dal baratro e in un mondo di persone sole? Che stia, per una volta, nell’esporsi, nell’essere fragili e umani senza dettare leggi o dar lezioni? Che significhi unirsi nell’ammettere la mancanza di forza, ricavandola da quest’assunto? Che sia nella Napoli maniacalmente rappresentata ne L’arte della felicità o in una qualsiasi altra città del mondo, ci piace pensare che la vera risposta dello spirito corrisponda a nient’altro che alla solidarietà.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.