Brivido: quando Stephen King giocò a fare il regista

Il Brivido del Re del Brivido.

L’antologia A volte ritornano, edita nel 1978, raccoglie ben venti racconti e vanta di sicuro un primato per ciò che riguarda gli adattamenti cinematografici provenienti dall’universo di Stephen King – ben sei lungometraggi, tre film per la tv e una decina di corti realizzati da studenti più o meno illustri.

Maximum Overdrive, distribuito in Italia come Brivido, figura tra le sei pellicole destinate al grande schermo. È King in persona a decidere di realizzarlo traendo spunto dal racconto Camion, sinistra rappresentazione di uno dei leitmotiv del genere horror-fantascientifico: la fine dell’umanità provocata dalla ribellione delle macchine. Autotreni, falciatrici, trattori: qualsiasi mezzo su quattro ruote, pesante o meno, prende improvvisamente vita per opporsi, con crudeltà e sadismo umani, alla specie di esseri viventi che l’ha inventato e generato.

In quella che, per certi versi, appare come un’estrema rivisitazione del mito di Frankenstein, la narrazione – claustrofobica – si concentra sulla vicenda di un gruppo di turisti rimasti intrappolati in una stazione di servizio circondata da veicoli assassini.

Fra le strutture narrative adottate da King e descritte nel capitolo precedente, quella presente in Camion ricorre spesso e volentieri: il ristretto gruppo sociale a confronto con l’ignoto e l’imprevedibile; uno dei topos più cari allo scrittore statunitense.

Dal racconto al film

Se nel racconto il panico cresce sotto un’aura più cupa, che fa presagire – come di fatto è – un finale senza speranze, fin dalle prime inquadrature di Brivido a parlare è la voce ironica di King, il suo alter ego scherzoso: non a caso, alla scena della cometa segue quella con un cammeo, uno dei tanti, del regista/scrittore, stavolta nei panni di uno yuppie costretto a ricevere pesanti insulti da parte di uno sportello bancomat del tutto impazzito.

Ma anche la successiva sequenza del ponte mobile, per quanto raffigurante una serie di tamponamenti mortali, conserva un fondo di comicità: a confermarlo è il commento sonoro, in pieno stile anni Ottanta, composto per l’occasione dalla band degli AC/DC, fra le favorite in assoluto del Re e il cui logo è citato sulla carrozzeria di uno dei furgoni coinvolti nel mastodontico incidente.

Dopo aver mostrato altri drammatici effetti del passaggio di Halley nell’atmosfera terrestre, King approda finalmente a quella che è anche l’ambientazione principale del racconto d’origine: l’autogrill, ora chiamato Dixie Boy, dove avviene l’ampliamento della struttura basilare di Camion – come spiega molto bene Ciro Ascione ne La bottega degli orrori:

Il locale è gestito dal viscido affarista Hendershot, alle cui dipendenze lavora Bill Robinson, l’eroe giovane e coraggioso, con un passato da fuorilegge da riscattare.

Gli altri personaggi presentano tipologie altrettanto schematiche: la camerierina nevrotica, il camionista parolacciaro, il ciccione un po’ ebete, il sordido venditore di Bibbie, una buffa coppia di sposini, la bella vagabonda che s’innamorerà dell’eroe, e infine Dick, il tipico adolescente alla King, che raggiunge il motel in bicicletta, percorrendo strade disseminate di cadaveri.

Come in un western, questa variopinta fauna umana deve da un lato risolvere tutte le tensioni che si vengono a creare in una piccola comunità, dall’altra fronteggiare un assedio.

Brivido di Stephen King 2

Ci è dato di pensare che proprio nella perdita di getto creativo si verifichi la risalita in superficie, lungi dalla consueta – e purtroppo per molti ancora sconosciuta – profondità della scrittura kinghiana.

Diamo a King quel che è di King

Sebbene l’attento esegeta di King Ciro Ascione guardi con affetto a Maximum Overdrive definendolo frutto della scelta di girare un film programmaticamente sopra le righe, è impossibile esimersi dal constatare l’effettiva incompetenza di King dietro la macchina da presa: è lo stesso testo critico La bottega degli orrori a documentarne, citando le cronache dal set, la quasi totale ignoranza in fatto di tecnica e la voglia di attuare il progetto più per soddisfare la propria curiosità che per rispondere a uno slancio di reale interesse – King avrebbe tranquillamente ceduto il suo posto di regista se il produttore Dino De Laurentiis non avesse accolto il progetto con incredibile entusiasmo.

Del resto Brivido è e rimane uno di quei gioiellini che uno come Quentin Tarantino saluterebbe con un ghigno di compiacimento perché parte di quella categoria, detta dello junk food horror, nata come spontanea e complementare ramificazione delle forme espressive mainstream di genere; rozzo tanto nel montaggio quanto nel contrappunto sonoro, fotografato da Armando Nannuzzi – presenza costante, fra le altre cose, nei credits della commedia all’italiana di quegli anni – con sviluppi del plot talmente scontati da scatenare non di rado esplosioni di ilarità.

Sembra chiaro che la necessità ultima di questa come di altre pellicole similmente ispirate non sia consegnare al mito kinghiano lo statuto di capolavoro, bensì assicurarne la diffusione in senso commerciale, senza però connotare quest’ultimo in maniera negativa. A dover essere negato è solo e soltanto l’esito della fugace incursione di King nel mondo della regia. Per fortuna, nel segno di una perfetta e autocritica consapevolezza.

Francesca Fichera

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