Universitari - CineFatti

Universitari – Molto più che amici (Federico Moccia, 2013)

Universitari. Molto più che amici, molto più che evitabili.

Ho preso una decisione ben precisa in preda a un raptus di follia: entrare alla proiezione dell’ultimo film di Federico Moccia, dal titolo Universitari – Molto più che amici, e ora mi trovo qui a soffrire per la seconda volta scrivendone la recensione. Non è corretto trasformare il masochismo in sadismo, quindi per salvare tutti voi – o almeno coloro che desiderano essere salvati – non esiterò a riempire questa recensione di spoiler. Chiunque dovesse sentire il maligno impulso di acquistare il biglietto allora si allontani e passi oltre.

Località: Roma. Volendo essere più precisi: Villa Gioconda. In una magione enorme vivono quattro universitari, tutti maschi e felici di crogiolarsi nella loro virilità come fosse una vasca di cioccolata afrodisiaca, finché un giorno, a causa del quarto e fetente coinquilino mai visto in volto, la padrona di casa decide che per parare al buco dell’affittuario mancato dovrà aprire le porte alle ragazze… per punire i ragazzi.

In un mondo normale questa non è una punizione, semmai il contrario, ma secondo i nostri amati protagonisti è un momento tragico: occuperanno i bagni, porteranno i loro fidanzati e litigheranno dalla mattina alla sera, magari faranno anche pipì negli angoli lanciandosi cocomeri addosso. Chissà con quali donne hanno mai avuto a che fare.

Tre ragazzi e tre ragazze, quale grande colpo di scena ideato dalla mente geniale di Moccia, il quale ha dato un sogno a ognuno dei suoi tre simpatici e bei ragazzi: Carlo (Simone Riccioni) ha evitato l’iscrizione a Giurisprudenza e optato per il Centro Sperimentale di Cinematografia dove cerca di farsi notare come regista; Alessandro (Primo Reggiani) figlio di una famiglia di chirurghi che compra tutti gli esami di Medicina per migliaia di euro e nel frattempo sogna di diventare un comico come Dario Bandiera; e Faraz (Brice Martinet) iraniano uscito dalle pagine di GQ e Vogue appartenente alla facoltà di Ingegneria Nucleare. Iraniano che studia Ingegneria Nucleare, logico, no? Ridiamoci su.

Nessuno dei tre ha un buon rapporto con la famiglia, il primo si fa in quattro tra la sua madre idiota che nasconde le bollette e la sorellina dedita al consumo di droghe pesanti, il secondo è un rinnegato che spreca i soldi della famiglia, mentre il terzo è iraniano e quindi significa che in patria sono tutti incivili. Ma le tre ragazze non sono da meno.

Moccia, tra una sequenza senza senso e l’altra, apre a nuove possibilità con degli stacchi di montaggio imparati dal macellaio armeno sotto casa sua e offre l’identikit perfetto di una generazione di disadattati senza speranze e senza famiglia: Giorgia (Nadir Caselli) studia Arte e Design e odia i suoi genitori per averle dato troppa libertà (?) e parla sempre con suo padre che quando risponde si trova sempre davanti allo stesso muro – la mafia gli avrà cementificato i piedi; Emma (Maria Chiara Centorami) formosa ragazzona casertana – ma quando vanno a Caserta sono chiaramente ancora a Roma – fuggita dalla sua città e dalla sua famiglia dopo la morte del padre per studiare non si sa cosa e fare la spogliarellista nel tempo libero, e infine Francesca (Sara Cardinaletti) la dolce ragazza che sogna di essere ingravidata immediatamente e vive con la testa sui libri di chissà quale corso di laurea di cui non le importa niente.

Il buon Moccia ha sempre dichiarato di amare i giovani, l’ormai famosa generazione a tre G – che una volta era il Grande Gigante Gentile – e di loro adora soprattutto una cosa: il desiderio di non voler fare nulla dalla mattina alla sera, tant’è che l’unico a diplomarsi – e non a laurearsi, dunque non universitario – è Carlo, tutti gli altri abbandonano per inseguire il sogno di fare un figlio seduta stante o sparare freddure che neanche Arnold Schwarzenegger in Batman & Robin aveva il coraggio di dire.

Ma è tutto normale, è questa la vita di un giovane: infilarsi nel letto di una donna sposata e sfruttarne la depressione, o inginocchiarsi di fronte all’assistente del professore con vent’anni in più di te e una famiglia a carico. Non sono questi i problemi, e Moccia ci tiene a sottolinearlo: l’Università non sono le tasse, l’aumento dei costi, lo studio matto e disperatissimo, le esperienze di lavoro, i tirocini, i tagli del governo e i professori che accettano le mazzette. No.

Universitari parla di un luogo di incontro dove le ragazze si mettono in minigonna per incontrare marito e i ragazzi si fanno belli con i loro sorrisi da ebeti perdendosi in discorsi mentali più lunghi dell’intera bibliografia di Charles Dickens. Era scontato aspettarsi una visione superficiale della vita universitaria, ma gli insulti all’educazione erano meno ovvi, così come le offese alla dignità della donna, il cui scopo è solo far da moglie e da madre abbandonando lo studio e guadagnandosi da vivere strappandosi il reggiseno e mostrando il lato B in un costume che lascia poco all’immaginazione durante un burlesque.

Ma dalla sedia del regista queste voci arrivano * e Moccia si aggiudica il titolo di peggior regista italiano insieme a Tanio Boccia. L’assonanza sembra quasi non essere casuale: il BPRD, se esistesse, un giorno ci dovrebbe delle spiegazioni.

Tra una battuta e l’altra si scherza sulle tragedie della società contemporanea abbracciando l’immoralità e l’amoralità insieme, giustificando la deriva culturale dell’Italia con il mito dell’amore e della gioventù, offrendo come risultato un branco di ragazzi e ragazze assuefatti ai temi e alla nostalgia di un cinquantenne il cui presente deve essere orribile. Parlo di Federico Moccia, che come sempre nei film che portano il suo nome da qualche parte cerca di appendere al muro la locandina di qualche grande classico del cinema, un po’ come il Presidente che dice NO alla guerra mentre bombarda un paese da qualche parte nel mondo.

Dialoghi e disgrazie consumate nel giro di trenta secondi, recitazione da inferno dantesco che ti fa rimpiangere il cinema turco, canzoni e musiche che si chiudono e iniziano ogni minuto dandoti l’impressione di trovarti in una discoteca piuttosto che al cinema e una struttura narrativa che potrebbe concorrere con il grande classico di Tommy Wiseau, The Room. Ma questo è cinema realista, così lui lo definisce paragonandosi agli altri grandi del cinema italiano come Leonardo Pieraccioni e i Vanzina. Un po’ come se Roland Emmerich stesse a sottolineare come la Casa Bianca in Independence Day esplode in maniera più realistica rispetto alle Piramidi scalate dai Transformers di Michael Bay.

La nota positiva? Flop al botteghino. Non posso che esserne contento e sorridere, nonostante tutto.

* Cancellato un passo della recensione in seguito a una richiesta inviataci.

Fausto Vernazzani

2 pensieri su “Universitari – Molto più che amici (Federico Moccia, 2013)

  1. si,perchè diciamo la verità: oggi va di moda prendersela con il cinema radical chic e menate varie,ma a mio avviso non c’è nulla di peggio rispetto a queste pellicole Popolari.
    Un disprezzo così profondo per il genere umano,da confondere l’idiozia propria con quella degli altri, solo per aver un alibi e continuare a vivacchiare danneggiando il cinema nazionale.
    Moccia è un bene che fallisca,alla stupidità ci deve essere un limite

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    1. Sì, vorrei poter contraddire Einstein e dirgli che solo l’universo non ha fine, speriamo che il botteghino continui ad assisterci. Film del genere sono solo dannosi se presi seriamente, e a giudicare dalla platea che rideva di gusto con certe battute terrificanti, mi sa che in molti danno fin troppa retta alle menate di Moccia. Si limitasse a fare storie d’amore, sarebbe già qualcosa, ma quando mette bocca su faccende più serie, allora è grave. Non si può dire che le proteste universitarie nascono da delle piccolezze, soprattutto se messe in bocca allo studente di un istituto come il Centro Sperimentale di Cinematografia che nulla ha a che fare con l’Università. Mi ha dato molto fastidio.

      Faust

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