Star Trek Into Darkness - CineFatti

Star Trek: Into Darkness (J.J. Abrams, 2013)

Into Darkness aggredisce i trekkie con la prevedibilità assoluta – di Fausto Vernazzani.

Chi ha il coraggio di dare il giusto nome alle cose merita più di altri. In questo senso J.J. Abrams si può dire ci abbia fatto un torto negando, sottolineando e ammiccando con costanza e dedizione a qualcosa di diverso pur di non perdere il potere di una sorpresa che ci aveva convinto, fosse ben diversa da quella prevista da tutti. “Prenderci in giro” è il suo sport preferito, lo sappiamo tutti, il suo Mystery Box lo adoriamo e il suo astuto cervello sorprende con la facilità con cui sforna una scena spettacolare dopo l’altra. Ma a Star Trek: Into Darkness non giova un colpo di scena rubato dalle mani di chi nel 1982 scrisse e diresse uno dei migliori film della saga cinematografica della serie inventata da Gene Roddenberry: Star Trek: L’ira di Khan.

Abrams ha sì accettato di guidare la barca del reboot di Star Trek, lo ha fatto con una certa dose di genialità per rigirare le carte come lui le desiderava, e il suo primo exploit stupisce per l’emozione e l’efficacia dell’intera sua struttura registica e narrativa. Ma Into Darkness tenta ancora quel gioco, sposta il mazzo di carte e le mischia nuovamente a suo piacimento, con l’aiuto del furbo trio di sceneggiatori Alex Kurtzman, Roberto Orci e Damon Lindelof da cui d’ora in avanti Abrams dovrà distanziarsi.

I protagonisti sono sempre loro: il Capitano James Tiberius Kirk (Chris Pine) e l’ufficiale Spock (Zachary Quinto). Durante una missione, prologo di Into Darkness, violano ripetutamente le direttive della Federazione, convincendo l’Alto Comando a destituire il Capitano dal suo ruolo e rispedirlo in Accademia. Ma un primo semplicistico sconvolgimento cambia subito tutto e si torna al punto di partenza, trovandosi a combattere nelle vecchie vesti gialle il terrorista John Harrison (Benedict Cumberbatch). Così inizia il “remake” de L’ira di Khan, una storia diversa da quella che conosciamo tutti, saccheggiata con scarsa cura dal trio di scrittori, decisi ad americanizzare e modernizzare l’intera parabola eroica di Spock per svelare la crescita morale di un personaggio ribelle, caratteristica che ha convinto molti a preferire il comando del successore Jean-Luc Picard.

Il film è spaccato in due dalla bravura di Abrams nel saper dirigere l’azione sulle strade che lui desidera, unica fortuna di una pellicola devastata da diverse trovate inspiegabili e poco scientifiche dei tre sceneggiatori. Differenza tra Star Trek e Star Wars è sempre stato il carattere più scientifico del primo rispetto al secondo, la cui aspirazione fantasy ha preso il sopravvento sulla credibilità (anche solo parziale, non vogliamo certo sostenere l’assoluta veridicità di ogni storia della serie di Star Trek) di ciò che un gruppo di scienziati e menti brillanti affrontava in ogni singolo episodio della saga originale e della nuova generazione. Si inseriscono così troppo spesso termini come “super” e “superuomo”, come a voler scacciare la plausibilità con l’affrontare spazi e oggetti da un punto di vista poco analitico.

I midichlorian, prima di diventare una fantasia genetica di Lucas, avevano un fascino spirituale che i “super” di Abrams non hanno. Così, tra un’incongruenza e l’altra, Star Trek: Into Darkness recede al gradino inferiore, girato con l’amabile occhio del fan, inserendo attori che nel loro “piccolo” han fatto la storia del genere, come Peter Weller (RobocopScreamers) e Noel Clarke (Doctor WhoTorchwood). Ma quello stesso occhio studia ciò che vede e legge senza la profondità di pensiero che attraversò la mente di chi in origine si occupò dello stesso argomento. Ci si sorprende a scoprire la leggerezza di errori come la possibile età di Harrison, un Cumberbatch magnificente e imponente come ci si aspettava, sia stimata intorno ai 300 anni, dei quali molti vissuti ibernato. Essendo il film ambientato nella prima metà del 2200, mi chiedo ora se negli anni Trenta del Novecento fosse usanza comune ibernare la gente. Ma il “vero” sembra non voler toccare questa fantascienza che dimentica le radici del suo nome, creata al puro scopo di intrattenere, riuscendoci alla grande, e sviare lo spettatore con trucchi degni di un mago cialtrone.

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