Il mio nemico - CineFatti

Il mio nemico (Wolfgang Petersen, 1985)

Il mio nemico, un cult del sci-fi sull’amicizia, la discriminazione e la vicinanza tra i popoli – di Fausto Vernazzani.

Nel 1985 si era già fatto un nome sia con La storia infinita che con Das Boot, due film importanti per un motivo e per un altro, entrambi il faro che avrebbe dovuto accendere l’occhio di bue su Wolfgang Petersen, regista tedesco destinato ad un successo brillante non solo in patria e negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo. Si può dire che il suo declino commerciale iniziò proprio nella metà degli anni Ottanta, quando si prese carico della trasposizione di un racconto di Barry B. Longyear, una novella di fantascienza intitolata Il mio nemico, la storia di un’amicizia tra due, appunto, nemici giurati.

Willis Davidge (Dennis Quaid) combatte con nella fondina l’arma più potente, l’odio per i Dracs, una razza aliena con cui l’umanità si è scontrata decenni fa e con cui ha acceso una guerra sanguinosa per entrambi i lati. Pochi sanno l’uno dell’altro se non che dei territori sono stati invasi, eppure la verità sembra nascondersi in un disprezzo nato dall’ignoto e dall’assenza di conoscenza di cui soffrono entrambe le razze. Durante uno dei tanti scontri tra le stelle, Willis si schianta su un pianeta disabitato insieme alla navicella Drac (Louis Gossett Jr.) che stava inseguendo, trovandosi ad essere l’unico abitante insieme al suo acerrimo nemico.

Si sa che uno dei maggiori mezzi per raccontare il male ed il bene della società degli uomini è il cinema di genere, passando dalla critica sociale dell’horror al piglio descrittivo della fantascienza, più pronta all’ottimismo Petersen non fa eccezione, fallisce al botteghino e la stessa critica lo distrusse, impietosa nei confronti di un film commovente e più intelligente di quanto deve essere sembrato all’epoca della sua uscita. La macchina da presa sveste i fasti intimistici del gruppo di soldati del sottomarino del suo più grande film e segue il fil rouge della sottomissione ad una storia più grande dell’uomo, come quella di Michael Ende, osservando con semplicità i personaggi.

Possiamo perdonare la voce di Dennis Quaid, protagonista eccellente, utilizzata di frequente come narratore per tappare dei seri buchi di sceneggiatura, buchi su cui lo spettatore poteva benissimo soprassedere e che Petersen avrebbe potuto evitare. Il mio nemico vive di un’amicizia su più livelli: iniziano come conoscenti, proseguono come amici intimi, maestro ed allievo e poi divengono una sorta di coppia senza sesso genitori di una nuova Via. Non c’è l’eroe americano, c’è il consumismo d’America e l’avidità dell’animale uomo, Quaid è un messaggero fedele a un personaggio troppo atipico per la mente di uno spettatore più incline ad apprezzare gli americanismi di un altro tedesco, Roland Emmerich, che di lì a pochi anni avrebbe iniziato, “tradendo” il suo essere europeo, il mondo al genere dell’americanata che tutti oggi noi conosciamo.

La storia la sappiamo, Petersen finì per dirigere l’orrendo Troy, il vuoto La tempesta perfetta e un evitabile remake di Poseidon, ma volendo guardare al passato, in quel pezzo di Germania c’era del talento lentamente consumato dalla logica di mercato dell’industry. Il mio nemico, nato solo tre anni dopo l’azione e le atmosfere di Blade Runner e l’amore di E.T., non aveva speranze, figlio di un cinema di fantascienza simile a quello degli anni Cinquanta/Sessanta, più riflessivo e meno d’azione. L’apparente non originalità del film sceneggiato da Edward Khmara non deve essere d’ostacolo a coloro che vorrebbero, e forse dovrebbero, dare una seconda chance al film di Wolfgang Petersen.

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