L'ultimo inquisitore - CineFatti

L'ultimo inquisitore (Milos Forman, 2006)

Ritratto dell’ ultimo inquisitore.

Avrebbero potuto chiamarlo benissimo I fantasmi di Goya, traducendo fedelmente il titolo originale (Goya’s Ghosts) del capolavoro di Milos Forman. Che però è diventato L’ultimo inquisitore. E non c’è da interrogarsi troppo, e ancora, sulle imperscrutabili ragioni del marketing della distribuzione italiana. C’è da concentrarsi sulla sostanza che, per fortuna e in questo caso, abbonda.

Perché in questo mirabile lungometraggio, la cui risonanza mediatica è inversamente proporzionale alla qualità del prodotto, Milos Forman dà ennesima e ampia prova del suo raro talento registico, sempre pronto ad esplorare in profondità finanche i contenuti resi crosta, superficie, dai luoghi comuni – come con lo straordinario Qualcuno volò sul nido del cuculo del 1975, che indagò il rapporto fra normalità e pazzia senza trasformarlo in slogan.

Come allora, Forman conferisce al suo Ultimo inquisitore praticamente tutte le proprietà del reale: riproduce l’esperienza dei sensi, denuda l’umanità mettendone in risalto gli umori e le secrezioni, riesce a “rubare” materialmente l’atmosfera di  altre epoche e a trasportarla nel sogno vero della finzione – grazie anche alla forte caratterizzazione operata dalla fotografia di Javier Aguirresarobe. Il pittore ed incisore Francisco Goya – interpretato da Stellan Skarsgård – viene subito presentato al pubblico dal punto di vista di ciò che fa, di quel che segnerà la sua esistenza vissuta a cavallo fra Settecento e Ottocento, traballante ponte temporale di cui l’artista immortalerà gli sconvolgimenti.

Luminosità  caravaggesche e visioni parziali e dettagliate che poi si spalancano su inquadrature larghe e aperte, anche se geometriche, fanno da introduzione e da fil rouge a una storia travagliata come il momento storico che la contiene, e il cui vero protagonista – motivo per il quale si potrebbero quasi giustificare i distributori italiani – è  Javier Bardem, il personaggio verosimile (ma non vero) di Frate Lorenzo: per l’appunto, l’ultimo inquisitore. “Che, prima al servizio della Chiesa (di Dio) e poi della Rivoluzione Francese (della ragione), tormenta e uccide i corpi per salvare le anime” (Morandini); mentre l’amico/nemico Goya sta a guardare, stretto nel suo sottovalutato e vessato ruolo di testimone, che restituisce alla Storia umana il ritratto del “sonno della ragione” e dei mostri che ne scaturiscono.

Personificazione delle vittime di questi ultimi è la bella Ines (Natalie Portman), musa del pittore e “peccato originale” di Lorenzo, punto in cui Bene e Male s’incontrano per concepire il desiderio. Ma il primo lo esterna e il secondo lo schiaccia, lo nasconde; ed è forse con questo che il co-sceneggiatore Jean-Claude Carrière, collaboratore di Buñuel, intende dire qualcosa di preciso. E cioè che l’inquisitore è una figura, pregna di viltà e di ipocrisia, che non è ancora scomparsa, che vive (e vivrà) negli interstizi del tempo, perseguitata dai suoi stessi fantasmi, cibo per i randagi e trofeo per i folli.

Ciò che resta è invece il volto dell’Amore: lume nel buio, voce per il sordo, appiglio per lo zoppo, scintilla dell’Arte e dell’eterno. La sua descrizione è una poesia fra le righe che L’ultimo inquisitore di Forman lascia ai posteri.

di Francesca Fichera

2 pensieri su “L'ultimo inquisitore (Milos Forman, 2006)

    1. Come già detto, concordo su tutta la linea ;) Questo film in particolare avrebbe meritato maggiore attenzione da parte del pubblico – di sicuro facilitata da una più ampia diffusione, io per esempio ebbi modo di vederlo, anche più di una volta, quando potevo permettermi di pagare la tv privata. Da allora non l’ho più beccato in giro, o almeno non ne ho memoria.
      – Fran

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