Un colpo all'italiana - CineFatti

Un colpo all'italiana (Peter Collinson, 1969)

Un colpo all’italiana per alzare la bandiera inglese.

Produrre un film sotto dittatura è la cosa migliore che possa capitare.

Parole del produttore Michael Deeley, una leggenda di tanti anni fa (tra i suoi titoli Il Cacciatore e Blade Runner), riferite al nostro “compianto” Gianni Agnelli, definito come il dittatore di Torino nella sua autobiografia, un uomo dal carisma insuperabile senza cui sarebbe stato impossibile girare un capolavoro del cinema d’’intrattenimento come The Italian Job, meglio noto al pubblico nostrano come Un colpo all’italiana.

Si prova una fitta di dolore leggendo certe affermazioni sull’’Italia, su un paese letteralmente in fiamme al giorno d’’oggi, ma quando il capitolo si conclude con un “Grazie, Italia!” per l’’aiuto ricevuto dalla FIAT  – e non solo – per la produzione di un film simile, si accende una piccola scintilla che scalda il cuore di noi spettatori.

Siamo alla fine degli anni Sessanta, la Swingin’’ London sta per cedere il passo ai Settanta e Charlie Croker è appena uscito dal carcere con gli occhi vispi e il corpo fremente per l’’azione.

Tra un letto e l’’altro dove il suo appetito si risveglia, Croker scopre della morte del suo collega Beckermann per mano della mafia italiana, ma questo non basta a fermarlo. Convinto delle possibilità del suo italian job, fa di tutto per avere l’’aiuto di Mr. Bridger, carcerato trattato con tutti gli onori per via del suo status, più importante persino del direttore della prigione.

Dopo qualche batosta per mano della fidanzata Lorna e degli uomini di Bridger, Croker ottiene l’’aiuto desiderato e si prepara a volare a Torino per il colpo del secolo.

 

In sella ad Aston Martin e numerose Mini, Un colpo all’’italiana è un vero e proprio spot per l’Inghilterra, una presa in giro del “vecchio mondo” da cui il Regno Unito è felice di essere geograficamente separato. Un inno alla self preservation society di cui sul finale l’’intero cast canterà le lodi a colpo avvenuto, un brano cult per tutti gli amanti della musica da film, composta in questo caso dal  jazzista Quincy Jones.

Bisognerebbe forse sentirsi offesi, l’’intera polizia italiana vien presa a schiaffi in faccia da un branco di inglesi sprovveduti guidati dal viziato Croker, mentre la gloria britannica viene festeggiata in continuazione con le note dell’’inno nazionale che sempre accompagnano Mr. Bridger. Tuttavia di fronte al buon cinema l’’unico obbligo è inchinarsi per ringraziare dell’’ottimo risultato.

La regia di Peter Collinson, per quanto a tratti raffazzonata, riesce alla perfezione nel suo essere funzionale al tema principale del film e alla centralità degli attori, tra cui figurano celebrità dell’epoca (e non solo) come Michael Caine, eccezionale come sempre, l’’anziano e regale Noel Coward accompagnato dal suo “maggiordomo” Graham Payn, amante nella realtà, il divertente Benny Hill, e i comprimari Raf Vallone e il teatrante John Le Mesurier. Un colpo all’italiana si presenta come un tripudio di colori, un film figlio della vera era del pop, in un tempo in cui gli Inglesi avevano tutto il diritto di giocare al nazionalismo cinematografico. Del resto è impossibile non cedere ad una lunga serie di applausi, sia nelle scene sensuali à la James Bond (da sette anni Sean Connery era nelle sale come 007) che per il magnifico inseguimento delle tre Mini tra le strade di una Torino impossibile, ma proprio per questo ancor più spettacolare.

Fausto Vernazzani

Voto: 4/5

Un pensiero su “Un colpo all'italiana (Peter Collinson, 1969)

  1. I have not yet seen the original, but I did see the rekame and would agree that the rekame takes the materially seriously; there’s even the tragic back-story complete with therapeutic healing arc to Charlize Theron’s character. Yeah, there’s the comic relief of Seth Green (and he did make me laugh a couple times), but that’s pretty standard to have one funny character in an action movie or drama.

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