BERLINO63: The Look of Love (Michael Winterbottom, 2013)

The Look of Love: anche i ricchi amano (male) – di Francesca Fichera.

Paul Raymond è il re di Soho e dell’Eros. Pasciuto da Bacco, Tabacco e Venere (ed anche da una cospicua dose di cocaina), lo Hugh Hefner inglese è il personaggio principale del frizzante biopic di Michael WinterbottomThe Look of Love, dove a subire il fascino e la pressione dei riflettori è anche e soprattutto il ‘dietro le quinte’ della sua vita, vista attraverso l’intimo, complicato e a suo modo tragico rapporto con la figlia Debbie (Imogen Poots).

Il caratteristico Steve Coogan veste i panni del ricchissimo inglese che ha rivoluzionato costumi e mondanità del Regno Unito pagandone a lungo termine le conseguenze, e con un conto più alto delle sue quotazioni in borsa. La sua è una storia rivisitata in flashback che dal bianco e nero virano al colore, quello della variopinta tavolozza degli anni Settanta, per poi tornare a uniformarsi in una visione piatta e grigia dei tempi attuali, dominata dalla solita sobrietà british.

L’adagio è quello classico del “anche i ricchi piangono” – verrebbe da dire: specialmente loro. Ma Winterbottom, che per fortuna sa tenersi distante dal buco nero della retorica, non si erge a giudice, bensì a presentatore: la sua regia mostra quel tanto che basta perché siano gli spettatori a giudicare. Però insiste, razzola, sottolinea lo sfarzo e il lusso che caratterizzano l’esistenza di Raymond e dei suoi parenti, la vacuità che ne deriva, il progressivo e inesorabile congelarsi dei sentimenti sotto la “neve” ammucchiata sui tavoli ed aspirata con forza e alacrità da mille nasi illustri.

Un po’ come succedeva con i panini nel documentario di Supersize Me, la cocaina viene a noia fin quasi alla nausea; la frivolezza, apparentemente invidiabile, provoca sfinimento e angoscia; la solitudine, in un primo momento solo abbozzata, si trasforma nel mostro trionfante che tutti  temono di poter guardare dritto in faccia. Lo si legge chiaramente nel bellissimo volto di Fiona Richmond (anche bel corpo, quello di Tamsin Egerton), amante storica di Paul, quando, dopo l’ennesima sessione di droga e di scopate, affiora alla mente il desiderio di “una vita normale”.

Secondo Winterbottom e lo sceneggiatore Matt Greenhalgh, pare che la maggiore maledizione di questo tipo di persone sia di non potersi permettere proprio la normalità. Lo chiarisce ancor meglio l’epilogo, che pecca di un piccolo ma condizionante (e deleterio) sbilanciamento da parte del distacco registico winterbottomiano, forte in ogni caso di una vicenda esistenziale che parla da sola e che The Look of Love, volendo, diffonde finanche con una certa leggerezza di toni. Come dire: qui di poco pesante ci sono solo le apparenze, i lustrini e le musiche (una colonna sonora pregevole), tutto il resto trascina giù. Inesorabilmente. E Winterbottom, fantasista dei generi e della narrazione, lo sa dire. Con evidente difficoltà ma, in sostanza, dice qualcosa. E lo fa fino in fondo.

 

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